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Tour de France 2025 – Analisi 6ª tappa – Bayeux-Vire Normandie (km 201,5)

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Bayeux – Il Tour de France 2025 torna ad accendere la miccia della corsa con una frazione che promette scintille e selezione. La sesta tappa, da Bayeux a Vire Normandie, è molto più di una semplice giornata di transizione nel cuore della Normandia, è un banco di prova esigente per chi ambisce alla classifica generale, una trappola per chi sottovaluta i continui saliscendi, un’opportunità d’oro per cacciatori di tappe e attaccanti dalla gamba brillante. Non ci sono montagne monumentali o passi alpini da scalare, ma il disegno altimetrico della tappa è quanto di più insidioso ci si possa attendere. Il profilo è irregolare dall’inizio alla fine, e su oltre 200 km di gara i corridori troveranno ben sei Gran Premi della Montagna ufficiali, a cui si sommano innumerevoli strappi, brevi ma spesso arcigni, capaci di minare le gambe anche dei più esperti. Si tratta di una tappa che ricalca lo spirito delle classiche del Nord e delle Ardenne, dove ogni curva può diventare uno spartiacque e ogni salita un trampolino.

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La partenza da Bayeux avverrà senza troppe cerimonie, ma già nei primi trenta chilometri il gruppo dovrà affrontare un terreno nervoso, che metterà subito in chiaro quanto sarà complicato tenere la corsa sotto controllo. L’attenzione sarà presto rivolta al traguardo volante di Villers-Bocage, posto dopo appena 22,2 km, che potrebbe incentivare movimenti tra i contendenti alla Maglia Verde. La corsa potrebbe davvero iniziare a prendere una fisionomia più decisa con la Cote du Mont Pincon, prima salita di giornata, lunga 5,6 km con pendenze non troppo ostiche ma costanti, seppur spezzate da un tratto in discesa. Si tratta del primo vero test per le gambe, un’occasione per scremare il gruppo e capire chi può realmente ambire al successo di tappa. Appena superata questa asperità, i corridori dovranno affrontare la Cote de la Ranconnière, decisamente più breve ma più dura: appena 2,2 km con una pendenza media vicina all’8% e un tratto al 14,5%. È il primo momento in cui la corsa potrebbe aprirsi, non tanto per le iniziative dei big, quanto per la fatica accumulata e per eventuali accelerazioni da parte delle squadre che vogliono portare all’attacco un proprio uomo. Il tratto centrale della tappa, lungo circa 70 km, sarà un susseguirsi continuo di saliscendi, senza particolari riferimenti altimetrici ma con una costante richiesta di attenzione. In questo scenario il gruppo potrebbe iniziare a perdere pezzi, e saranno cruciali le squadre, che dovranno gestire i propri capitani, proteggerli dal vento e controllare eventuali azioni da lontano. L’avvicinamento alla fase decisiva avverrà attraverso la Cote de Mortain, una salita breve ma violenta, con pendenze medie vicine al 10% e punte del 12,5%. Qui si cominceranno a vedere i primi movimenti importanti, i cambi di ritmo, le prime difficoltà. Chi non avrà recuperato bene dalle fatiche delle tappe precedenti potrebbe pagare dazio. A seguire, la Cote de Juvigny-le-Tertre offrirà un altro terreno di selezione. Salita regolare ma comunque impegnativa, posta a una cinquantina di chilometri dal traguardo, è un punto in cui le squadre più ambiziose potrebbero tentare di alzare il ritmo per saggiare la tenuta degli avversari. Non sarà ancora il momento delle bordate, ma il gruppo potrebbe sfilacciarsi ulteriormente, soprattutto se dovessero verificarsi accelerazioni nelle retrovie. Dopo un tratto non categorizzato ma comunque in salita, si arriverà alla Cote de Saint-Michel-de-Montjoie, penultima asperità segnalata sul percorso. Qui si deciderà gran parte della selezione in vista del finale, soprattutto perché mancheranno poco più di 20 km all’arrivo e le energie inizieranno a scarseggiare. Terminata la salita, la corsa si tufferà in un falsopiano che anticipa una lunga ma non troppo regolare discesa. In questa fase la tensione sarà palpabile, perché il gruppo, o quel che ne resterà, entrerà in Vire Normandie per la prima volta, senza però affrontare il traguardo. Sarà un passaggio simbolico e strategico, perché da lì si uscirà rapidamente per affrontare l’ultima asperità, quella decisiva: la Cote de Vaudry. Appena 1,2 chilometri al 7,2% di media, ma con punte che sfiorano l’11%, rappresenta il punto di rottura della tappa, il luogo dove i big potranno attaccare o rispondere agli scatti. Scollinare in testa sarà fondamentale, perché da quel momento al traguardo mancheranno meno di cinque chilometri. I primi due saranno in leggera discesa, utili a prendere fiato o a rilanciare l’azione, seguiti da un tratto pianeggiante che preparerà l’assalto finale. Gli ultimi 700 metri rappresentano una miccia corta ma letale: una rampa al 10,2% di pendenza media, con un picco del 14%, che obbligherà tutti a uno sforzo supplementare dopo una giornata logorante. È qui che si deciderà la corsa, in uno sprint in salita per corridori esplosivi, capaci di far male anche dopo 200 chilometri.

Alla luce di quanto visto nelle tappe precedenti, i riflettori saranno puntati su Tadej Pogacar e Mathieu Van Der Poel, veri mattatori di questa prima settimana. Il primo, nuovo padrone della Maglia Gialla, ha già dimostrato di essere il più brillante sugli strappi, mentre l’olandese, reduce dalla vittoria a Boulogne-sur-Mer, ha tutto per rispondere colpo su colpo, soprattutto se la corsa dovesse risolversi in un duello all’ultimo metro. Alle loro spalle Jonas Vingegaard si candida ancora una volta a essere il terzo incomodo. Il danese non ama le esplosioni di potenza ma ha già dimostrato di saper reggere e sprintare con intelligenza anche su arrivi brevi e difficili. Remco Evenepoel resta un’incognita. Il belga, dopo aver trionfato nella cronometro di Caen, potrebbe soffrire su pendenze brevi ma secche. Tuttavia la sua capacità di leggere la corsa e muoversi nel momento giusto potrebbe tornare utile, magari con un contropiede dopo l’ultima salita. In questo scenario tattico non va trascurato nemmeno il ruolo degli uomini di secondo piano, che potrebbero avere il via libera dai propri capitani. I vari Almeida, Jorgenson, Van Aert, Narvaez, tutti abili a muoversi in autonomia, potrebbero trasformarsi in outsider pericolosi, a patto che la corsa glielo permetta. Infine, va considerata la possibilità che la fuga riesca ad avere la meglio. Il disegno altimetrico si presta all’azione di uomini fuori classifica, e se il gruppo dovesse lasciare spazio, il successo potrebbe sorridere a un attaccante da lontano. In tal senso, corridori come Julian Alaphilippe, Marc Hirschi o Ben Healy sono perfettamente tagliati per un tracciato come questo. L’esito della tappa dipenderà molto da come si muoveranno le squadre dei big, e se ci sarà la volontà di controllare o meno la corsa. In un Tour che ha già visto trame tattiche variegate, ogni possibilità resta aperta.

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