Con la formula “perché il fatto non sussiste”, si conclude con nessun colpevole la morte del 59enne dipendente di Messinambiente spa, rimasto ucciso da un incidente mentre era a bordo di una spazzatrice, undici anni fa. Questo è l’ultimo verdetto della Corte d’Appello di Messina sulla morte di Antonino “Nino” Tomasello che ha scagionato tutti gli imputati.

Tomasello, nel luglio del 2014, rimase intrappolato tra le lamiere della sua spazzatrice che si era riversata nel greto del torrente Pace. Da allora, la sua morte ha attraversato aule di tribunale, perizie, interrogativi rimasti sospesi. Quella di ieri era la seconda sentenza di Appello, la Cassazione aveva infatti annullato la sentenza del 2021, con rinvio alla corte d’Appello. Ieri, dunque, la giustizia ha scritto una nuova sentenza assolvendo gli otto imputati accusati di omicidio colposo per non avere garantito la sicurezza del mezzo di lavoro.
Il collegio presieduto dal giudice Bruno Sagone ha scelto una direzione opposta rispetto alla sentenza del 2019, che aveva inflitto otto mesi di condanna all’ex commissario Armando Di Maria, al dirigente Claudio Sindoni i responsabili dei servizi Pietro Arrigo, Cesare Sindoni, Roberto Lisi e Natale Cucè e il direttore tecnico Antonino Miloro.
Durante il dibattimento la difesa ha sostenuto che non ci sono prove che non si sia stata garantita la sicurezza e che il mezzo potrebbe aver perso aderenza per un fattore imprevedibile, o per una manovra del Tomasello stesso. Undici anni fa la spazzatrice si era ribaltata lungo la pista di servizio del torrente asciutto, Tomasello aveva provato inutilmente a sterzare. Le indagini avevano escluso il malore: l’autista morì sul colpo per le ferite riportate in quel capovolgimento.
Dalle indagini era anche emerso che il mezzo, sebbene appena revisionato, fosse già sulla lista dei veicoli da rottamare, giudicato inadeguato da tempo. Un dettaglio che non ha convinto la Corte. Sono stati impegnati i difensori Pietro Venuti, Alberto Gullino, Giuseppe Carrabba, Alberto Gullino, Gianluca Currò, Carmelo Scillìa e Pietro Venuti.
(Giovanni Luca Perrone)



