Il Sindaco Pippo Midili esprime il più sentito plauso e il convinto ringraziamento ai Carabinieri della Compagnia di Milazzo per la brillante operazione che ha condotto allo smantellamento dell’ennesima rete dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti sul territorio.

“Si tratta di un risultato importante – dichiara il Sindaco – che testimonia ancora una volta l’elevata professionalità, la dedizione e il costante impegno delle nostre Forze dell’Ordine nella tutela della sicurezza pubblica e nel contrasto a ogni forma di criminalità. L’operazione rappresenta un segnale chiaro e concreto: il territorio non è disposto a tollerare attività illecite che minano la serenità dei cittadini, soprattutto delle giovani generazioni. L’azione incisiva delle autorità competenti contribuisce a riaffermare con forza i principi di legalità, rispetto e convivenza civile”.
“Milazzo è e deve restare una comunità sana – conclude il Sindaco – fondata sui valori del rispetto delle regole e della sicurezza. A chi opera per garantire questi principi va la nostra più sincera gratitudine”.
L’Amministrazione comunale ribadisce la propria piena collaborazione e il sostegno a tutte le istituzioni impegnate quotidianamente nella difesa della legalità, confermando una linea di assoluta fermezza contro ogni fenomeno criminale.
Carichi di cocaina, crack e hashish finivano nelle piazze dello spaccio di Milazzo, San Filippo del Mela, Merì, Barcellona e l’isola di Vulcano. Un giro gestito, secondo la Procura, da Carmelo Benenati detto “Mezzatesta” e Luigi Crescenti detto “Joker” che, attraverso una serie di collaboratori avrebbero diretto le attività di approvvigionamento della sostanza stupefacente tramite i corrieri, fissato il prezzo della sostanza stupefacente e si sarebbero occupati di risolvere tutte le criticità logistiche che si presentavano.
Questo lo scenario che emerge dall’indagine dei carabinieri della Direzione distrettuale antimafia di Messina diretta dal procuratore Antonio D’Amato, sfociata nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Salvatore Pugliese. Alle indagini dei carabinieri della Compagnia di Milazzo si sono aggiunte anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Gangemi che ha fornito agli investigatori alcuni dettagli sullo spaccio a Milazzo e sui rapporti con i fornitori messinesi.
Le indagini, che si sono sviluppate nell’arco di tempo che va da febbraio 2023 alla metà del 2024, hanno inoltre evidenziato la disponibilità di armi da parte di alcuni membri del gruppo e in particolare di pistole modificate e fucili che sarebbero state utilizzate anche a scopo intimidatorio.
I 33 INDAGATI
Sono 17 gli arresti in carcere: Carmelo Benenati 40 anni di Barcellona, Luigi Crescenti 41 anni di S. Filippo del Mela, Giuseppe Murabito 41 anni di S. Filippo del Mela, Antonino Gitto 41 anni di Milazzo, Alessio Chillari 33 anni di Merì, Simone Serifovik 24 anni di Barcellona, Orlando Mento 44 anni di Torregrotta, Vincenzo Rodriguez 34 anni di Catania, Davide Emanuele 35 anni di Pace del Mela, Emanuela Sofia 46 anni di Pace del Mela, Francesca Alacqua 31 anni di Pace del Mela, Luigia Eni 36 anni di Pace del Mela, Tonino Biondo 50 anni di Terme Vigliatore, Tommaso Costantino 23 anni di Barcellona, Alexa Rebecca Staiti 28 anni di Merì, Simona Costa 43 anni di Barcellona e Alessio Danaro 33 anni di Messina.
Il gip ha invece rigettato la richiesta di misure cautelari nei confronti di Cinzia Genesi di Pace del Mela, Jonathan Cambria di Milazzo, Giovanni Crinò di Barcellona, Vittorio Cambria di Milazzo, Antonino Dama di Milazzo, Salvatore Formica di S. Filippo del Mela e Giacomo Normanno di Messina.
Risultano indagati, nei loro confronti non è stata chiesta alcuna misura: Stefano Celi di Milazzo, Michele Arena di Messina, Rosario Giunta di Pace del Mela, Matteo Tindaro Lombardo di S. Filippo del Mela, Giuseppe Pizzi di Milazzo, Alfino Fabio Sicilia di Milazzo, Sebastiano Amenta di Augusta e Daniele Ruvolo di Milazzo.
LE SINGOLE POSIZIONI DEGLI INDAGATI FINITI IN CARCERE.
Carmelo Benenati ‘Mezzatesta’ è considerato il capo del sodalizio. Benenati ‘non si limita a spacciare’, ma impartisce ordini su chi debba rifornire le piazze e come debbano essere gestiti i contatti. “Il suo controllo del territorio avviene tramite il timore e l’imposizione violenta del suo ruolo di leader”.
Luigi Crescenti, ‘Joker’, “figura verticistica o di controllo armato”, viene considerato un ‘professionista’ del narcotraffico. Organizza trasporti di stupefacenti su larga scala, utilizzando auto ‘staffetta’ e pianificando rotte per evitare i controlli.
Giuseppe Morabito, ‘Liparoto’, nonostante i domiciliari, ha continuato a gestire il portafoglio clienti. Incontri e contatti telefonici che ‘confermano come il domicilio fosse diventato un centro di coordinamento per lo spaccio locale, eludendo la funzione limitativa della misura in corso’.
‘Nino’ Gitto, secondo il gip, ‘incarna la mobilità criminale’ del gruppo, collegando diverse aree del territorio; da Messina a Vulcano, sfruttando i traghetti e le rotte marittime’.
Alessio Chillari, ‘u papà’, ha avuto un ruolo ‘di gestore operativo sul territorio con una spiccata propensione alla violazione delle prescrizioni cautelari’. Chillari ha continuato a cedere stupefacenti anche mentre si trovava in regime di detenzione domiciliare. Una pericolosità attualissima.
Simone Serifovik, avrebbe ricoperto il ruolo di intermediario e braccio operativo per conto del vertice (Benenati). “La sua è una condotta di pervicacia criminale”.
Orlando Mento, ‘il meccanico’, “è inserito nel sodalizio con compiti che integrano la logistica del gruppo”. Oltre a essere autore di plurime cessioni, secondo il gip, la sua posizione è aggravata dalla consapevolezza delle indagini in corso.
Vincenzo Rodriguez, secondo l’accusa, ha occupato una posizione legata alla movimentazione e distribuzione dello stupefacente all’interno dell’associazione.
Davide Emanuele è inserito stabilmente nel sodalizio (di Crescenti e Benenati) con compiti di supporto logistico e operativo, un profilo criminale ‘a sistema’. Nella misura cautelare si racconta di un episodio in cui Emanuele ha accettato di compiere un’azione ad altissimo rischio, ovvero lanciarsi dall’auto in corsa lungo l’autostrada A20 per occultarsi tra i rovi con il carico di droga.
Emanuela Sofia, per il gip, avrebbe agito come terminale logistico e supporto operativo (spesso in concorso con altri sodali presso la medesima residenza). “Una condotta connotata da un’evidente tendenza a rendersi autrice di reati ‘di filiera’ per il sodalizio”.
Francesca Alacqua, sarebbe stata appartenente a diverse consorterie criminali, denotando ‘una professionalità criminale elevatissima’.
Luigia Eni, avrebbe svolto un ruolo attivo nella gestione degli approvvigionamenti e dei trasporti.
Tonino Biondo, ‘Palloncino’, considerato ‘figura verticistica o di controllo armato’, vanta un profilo criminale di assoluto rilievo, essendo già stato condannato per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e avendo gestito armi per conto di esponenti apicali (Lorenzo Mazzu’). La sua pericolosità è legata alla sua ‘storia criminale’ di inserimento nei contesti mafiosi barcellonesi. “La gestione di arsenali per conto di vertici criminali rende Biondo un soggetto ad alto rischio”.
Tommaso Costantino, ‘Masino’, ha già precedenti specifici. “La sua pericolosità è sistemica… cambia sodalizio ma non mestiere…una comprovata pervicacia criminale”.
Rebecca Alexa Staiti, avrebbe fornito supporto a Costantino per l’approvvigionamento del gruppo. La sua è una partecipazione “attiva e consapevole”.
Simona Costa, secondo l’accusa, è inserito in un contesto di criminalità familiare e associativa di lungo corso, ultradecennale. “E’ un criminale di professione”, scrive il gip, “con un excursus giudiziario che parte dalla minore età”.
Alessio Danaro è per l’accusa “un ingranaggio della macchina associativa”, “braccio operativo costante nel tempo”.
Il trasporto delle sostanze avveniva attraverso una rete di corrieri e staffette che adottavano strategie diversificate per eludere i controlli delle forze dell’ordine. In alcuni casi, i corrieri interrompevano il tragitto prima dei caselli autostradali per proseguire a piedi, riducendo così il rischio di essere intercettati. Parallelamente, veniva utilizzato un linguaggio criptico con termini come “caramelle”, “pietra”, “torta al cioccolato” o “quattro formaggi” e applicazioni di messaggistica ritenute più difficili da monitorare. Secondo quanto emerso, i due presunti capi esercitavano un controllo capillare sull’organizzazione, stabilendo i prezzi di vendita, gestendo i rapporti con i clienti e intervenendo per risolvere criticità operative, anche attraverso atti intimidatori e l’uso di armi. Il gruppo poteva contare sulla collaborazione stabile degli altri 15 indagati, ciascuno con compiti specifici, riuscendo a generare un volume d’affari stimato fino a mille euro al giorno.
Tra le modalità più singolari di spaccio documentate dagli investigatori figura la cosiddetta “cessione a distanza”, tramite cui le dosi venivano lanciate dai balconi agli acquirenti, i quali successivamente depositavano il denaro nelle cassette postali, consentendo così la prosecuzione dell’attività anche da parte di soggetti sottoposti agli arresti domiciliari. Nel sistema logistico dell’organizzazione sarebbe emerso anche il ruolo di un soggetto residente a Torregrotta, che avrebbe garantito collegamenti diretti con i fornitori messinesi, mettendo a disposizione un’officina ed un immobile in zona rurale per le attività del gruppo.
Particolarmente rilevante anche il coinvolgimento attivo di cinque donne, legate sentimentalmente ad alcuni degli indagati, che partecipavano alla preparazione e allo spaccio delle dosi, gestivano le comunicazioni interne e, in alcuni casi, provvedevano autonomamente all’approvvigionamento, adottando accorgimenti per occultare la droga durante eventuali controlli. Le indagini hanno inoltre evidenziato il reimpiego dei proventi dello spaccio per il sostentamento di familiari detenuti, alcuni dei quali riuscivano a mantenere contatti con l’esterno attraverso telefoni cellulari introdotti illegalmente in carcere. Nonostante arresti e sequestri, il gruppo avrebbe dimostrato una significativa capacità di rigenerarsi e continuare a operare.
Un capitolo a parte riguarda l’isola di Vulcano, dove uno degli indagati avrebbe gestito un autonomo canale di spaccio, approfittando dell’elevato afflusso turistico estivo, con acquisti di droga per circa 15 mila euro in pochi mesi e un consistente giro d’affari locale. L’operazione odierna si inserisce in un più ampio quadro di contrasto al traffico di stupefacenti nel territorio messinese, confermando l’attenzione della Direzione Distrettuale Antimafia su fenomeni criminali capaci di adattarsi e radicarsi anche in contesti territoriali eterogenei.



