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TRAFFICO DI DROGA E TELEFONINI nel Carcere di Barcellona: INFLITTE TRE CONDANNE

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Si conclude con tre condanne davanti al collegio penale del tribunale di Barcellona presieduto dalla giudice Anna Elisa Murabito, una delle tranche processuali dell’inchiesta sul traffico di droga e telefonini all’interno del carcere “Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto. Si tratta di una parte dell’inchiesta della Distrettuale antimafia di Messina diretta dal procuratore Antonio D’Amato che nel 2024 si è sviluppata in più fasi, intercettando più “canali” d’introduzione, e che registrò all’epoca decine di indagati per un maxi traffico internazionale di droga tra Messina e l’intera provincia. In questa tranche, decisa ieri con il rito ordinario, erano coinvolti in tre: l’assistente capo della Polizia penitenziaria Francesco La Malfa, di Barcellona, Giuseppe Maiorana e la compagna di un detenuto, Lavinia Doroczi. I tre sono stati difesi dai legali Carmen Zarcone, Tommaso Calderone, Giuseppe Ciminata e Salvatore Silvestro. L’accusa ieri è stata rappresentata dalla pm di Barcellona Veronica De Toni, “applicata” per questo procedimento antimafia. Le condanne decise: all’agente penitenziario La Malfa sono stati inflitti 9 anni e 6 mesi di reclusione più 55mila euro di multa; a Maiorana 5 anni e 6 mesi più 56mila euro di multa; alla Doroczi un anno e 7 mesi di reclusione più 6mila euro di multa.

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Secondo quanto hanno ricostruito le indagini dei carabinieri della Compagnia di Barcellona, il carcere di Barcellona era diventato un’autentica “zona franca” per droga di ogni tipo e telefonini venduti fino a 500 euro ciascuno. Cocaina e altre sostanze stupefacenti avevano libero ingresso, fin dal novembre 2021, e questo grazie alla complicità dell’assistente capo della Polizia penitenziaria La Malfa, che fu a suo tempo trasferito nel carcere di Opera, dove fu arrestato nel giugno gel 2024 quando scattò il blitz. I militari dell’Arma scoprirono poi che La Malfa “sottostava” alle direttive della famiglia Iannello, in particolare di Maurizio, che con l’aiuto del padre Filippo e del fratello Salvatore, era riuscito a diventare il “padrone” dello spaccio all’interno dell’istituto penitenziario.

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