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DETENUTO MESSINESE muore nel carcere di Brucoli, ERA IN ATTESA DI CURE: salma sequestrata

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Il detenuto Francesco Capria, 41 anni, non avrebbe dovuto rimanere in carcere: secondo i familiari, necessitava di cure adeguate che la detenzione non poteva garantirgli.

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Dopo un primo rigetto della richiesta di scarcerazione, si attendeva una nuova decisione da parte del giudice. Tuttavia, il procedimento non è mai arrivato a conclusione: l’uomo, originario di Messina, è deceduto all’interno della casa circondariale di Augusta prima che la sua situazione venisse riesaminata.

I parenti, sconvolti dall’accaduto, si sono immediatamente recati ad Augusta appena appresa la notizia del decesso. Una volta giunti sul posto, però, non è stato loro consentito vedere il corpo, posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria. Raccontano di aver atteso fuori dall’obitorio, uniti nel dolore e in cerca di risposte che, al momento, non sono ancora arrivate.

La vicenda ha origine il 23 gennaio 2026, quando il Magistrato di Sorveglianza di Messina si era pronunciato su un’istanza urgente presentata dalla difesa mentre Capria era recluso nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese. La richiesta mirava a ottenere la sospensione della pena o la possibile concessione degli arresti domiciliari, sulla base di condizioni di salute ritenute particolarmente gravi. Nonostante ciò il 18 marzo, quasi due mesi dopo, Capria è morto nella Casa di Reclusione di Augusta, istituto in cui si trovava a seguito di trasferimento.

A seguito del decesso, la Procura di Siracusa ha aperto un’indagine per accertare le cause della morte e verificare eventuali responsabilità. È stata inoltre disposta l’autopsia, mentre la salma resta sotto sequestro in attesa degli accertamenti medico-legali.

Nel provvedimento emesso a gennaio scorso, il giudice aveva chiarito che l’accoglimento di una richiesta urgente richiede la dimostrazione evidente che la permanenza in carcere possa provocare un danno grave alla salute del detenuto. Secondo la valutazione effettuata in quel momento, tale condizione non risultava comprovata. Decisivo era stato il parere sanitario della struttura penitenziaria, dal quale non emergeva un’incompatibilità tra le patologie psichiatriche dell’uomo e il regime detentivo.

Parallelamente, era stata esclusa l’ipotesi della detenzione domiciliare, ritenuta non adeguata a garantire un monitoraggio continuo da parte dei servizi di salute mentale. Di conseguenza, la richiesta era stata respinta in via provvisoria e gli atti trasmessi agli organismi competenti – tra cui il Dipartimento di Salute Mentale, l’Ufficio di esecuzione penale esterna e la direzione del carcere – per valutare l’eventuale inserimento in una struttura residenziale assistita più idonea. Un percorso che, però, non si è concretizzato in tempo.

La morte di Capria riaccende il dibattito sulla gestione dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici e mette in luce possibili criticità del sistema penitenziario. L’uomo stava scontando una pena complessiva di sei anni e otto mesi, con termine previsto nel febbraio 2034, in seguito a un provvedimento di cumulo emesso dalla Procura di Messina.

La famiglia, assistita dall’avvocato Giuseppe Bonavita, sta valutando le iniziative legali da intraprendere per fare piena luce sulla vicenda. I parenti lamentano di disporre di informazioni limitate riguardo alle ultime ore di vita del loro congiunto e, a distanza di due giorni dalla morte, non hanno ancora potuto vedere la salma. Il loro obiettivo principale è comprendere se il decesso potesse essere evitato.

Il legale, infatti, aveva presentato più richieste al Tribunale di Sorveglianza per ottenere almeno gli arresti domiciliari, sostenendo che le condizioni fisiche e psichiche di Capria fossero incompatibili con la detenzione. Secondo la difesa, l’uomo era in uno stato di forte debilitazione e necessitava di cure mediche non disponibili all’interno dell’istituto penitenziario.

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