Decenni di inefficienza e inerzia hanno trasformato la siccità in una catastrofe programmata.

Se guardiamo alla crisi idrica siciliana come a un semplice effetto della siccità, stiamo sbagliando registro. La siccità c’entra, certo, ma è solo la scusa comoda dietro cui si nasconde un fallimento politico e amministrativo che va avanti da decenni. La Sicilia raramente é stata vittima di eventi davvero straordinari: la crisi idrica è ricorrente, documentata, prevedibile. È una crisi programmata, se vogliamo, da chi avrebbe avuto gli strumenti per governarla e, invece, li ha lasciati marcire tra burocrazia, interessi parcellizzati e incapacità di visione strategica. Le piogge cadute tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 lo dimostrano in modo lampante. Alcuni invasi hanno recuperato parzialmente: Ancipa, Rosamarina, Poma, Scanzano. Ma la maggior parte dei bacini resta sotto i livelli dell’anno precedente e in alcuni casi con volumi dimezzati. In altre parole: l’acqua arriva, ma non resta, non circola, non serve. Il sistema idrico siciliano non sa né trattenere l’acqua quando piove, né distribuirla quando serve.
Il paradosso è che i dati ci sono. L’Autorità di Bacino monitora costantemente gli invasi, pubblica numeri aggiornati, inequivocabili. A inizio 2026, molti bacini oscillano tra il 30 e il 40% della capacità utile; alcuni migliorano grazie alle piogge, altri restano in sofferenza. Non è una questione di informazioni mancanti: è un problema di decisione politica. Per anni quei dati non hanno generato strategie, ma emergenze continue, misure tampone, ordinanze episodiche. L’emergenza è diventata normalità, la normalità resta ingovernata.
E se si vuole capire dove davvero la crisi prende forma, bisogna guardare alle reti. In Sicilia si perde tra il 45 e il 50% dell’acqua immessa. Ogni metro cubo su due non arriva mai ai cittadini. È acqua captata, potabilizzata, pompata, pagata. È acqua dispersa tra condotte vetuste, manutenzione insufficiente e assenza di controlli. In termini pratici, le perdite annuali equivalgono a decine di grandi invasi. La siccità qui non c’entra: la gestione sì. È un problema politico e infrastrutturale, un segnale chiaro della miopia di chi governa l’acqua come fosse una questione secondaria.
La frammentazione dei gestori peggiora la situazione. La Sicilia ha circa 53 soggetti che si occupano della distribuzione idrica: società pubbliche, miste, consorzi piccoli o quasi invisibili. Alcune province hanno un gestore unico per ATO; altre vivono nel vuoto normativo. Siciliacque fornisce l’acqua all’ingrosso, ma il servizio finale è nelle mani di decine di attori con interessi e capacità diverse. La riforma del Servizio Idrico Integrato, pensata per semplificare e concentrare i gestori, non è stata completata: il risultato è un sistema frammentario, inefficiente, incapace di investire in maniera coordinata. L’acqua arriva poca, arriva male, dispersa tra troppe mani. La crisi idrica non è naturale: è amministrativa.
La legge regionale siciliana 19/2015 — approvata come legge di iniziativa popolare e consiliare — stabilisce chiaramente che la gestione dell’intero SII è affidata ai gestori per ciascun Ambito Territoriale Ottimale (ATO) tramite le Assemblee Territoriali Idriche (ATI) composte dai sindaci dei comuni dell’ATO. Ma questa legge non è stata applicata pienamente, e la sua stessa applicazione è oggi oggetto di contenziosi giudiziari perché alcuni atti regionali (come la determinazione di una tariffa “sovrambito”) violano lo spirito e la lettera della normativa vigente e del decreto legislativo 152/2006 (norme in materia ambientale) oltre alle regole dell’ARERA.
È paradossale: la Sicilia dispone di un quadro normativo chiaro sull’acqua pubblica, ma lo ignora. E così l’acqua che potrebbe rimanere nel sistema viene invece dispersa, sprecata o mal gestita.
Le dighe e gli invasi rappresentano un altro paradosso: nonostante le piogge, molti bacini non sono pienamente utilizzabili. Collaudi incompleti, manutenzione insufficiente, vincoli operativi, blocchi burocratici impediscono di accumulare acqua sufficiente anche nei periodi favorevoli. Non è una novità: Governi di ogni colore hanno attraversato la stessa criticità, accomunati dall’assenza di una politica dell’acqua come infrastruttura strategica. Si sono succeduti assessori e dirigenti, tutti testimoni della stessa inefficienza sistemica, tutti pronti a dichiarare emergenze che durano anni.
Il quadro politico-amministrativo è chiaro e ripetitivo. La Regione Siciliana ha la competenza primaria sulla programmazione: non ha costruito strategie a lungo termine, ha governato per emergenze. L’amministrazione regionale non impone standard vincolanti né cronoprogrammi per ridurre le perdite. I gestori operativi mantengono reti obsolete e investimenti insufficienti. Comuni e ambiti territoriali spesso non esercitano il controllo previsto. Lo Stato interviene sporadicamente, senza affrontare la questione come problema strutturale legato all’insularità. Non parliamo di colpe penali: parliamo di responsabilità politiche e amministrative, che hanno effetti concreti sulla vita dei cittadini.
Eppure la Sicilia non è senz’acqua. È un’isola, circondata dal mare. La desalinizzazione, tecnologia matura e largamente diffusa nel mondo, rimane marginale, sperimentale, frammentaria. Non per limiti tecnici, ma per assenza di scelte politiche chiare, integrate con energie rinnovabili, reti efficienti e pianificazione territoriale. Pensare ai desalinizzatori senza rifare le reti è inutile; rifare le reti senza diversificare le fonti è miope. Continuare a confidare nella pioggia è irresponsabile.
Il problema va affrontato su più fronti, in maniera coordinata e strutturale. La Regione deve approvare un Piano idrico pluriennale vincolante, fissare priorità chiare su reti, invasi e fonti alternative, concentrare risorse e poteri decisionali. Deve farlo con atti formali, cronoprogrammi chiari, obiettivi misurabili, rendicontazione pubblica. L’amministrazione regionale deve imporre standard stringenti, sbloccare collaudi, rendere vincolanti i piani di riduzione perdite. I gestori devono sostituire le condotte più disperdenti, investire in manutenzione programmata e controllo digitale, ridurre le perdite almeno sotto il 30%, rendendo pubblici dati e avanzamenti. Comuni e ambiti territoriali devono vigilare costantemente, pretendere trasparenza e risultati, coordinarsi tra territori. Lo Stato e l’Europa devono riconoscere la specificità siciliana, sostenere investimenti strategici, semplificare procedure e garantire conformità agli standard comunitari, come previsto dalla Water Framework Directive (2000/60/CE). Il mare, infine, va inserito in una strategia integrata: desalinizzazione, rinnovabili e reti efficienti, con un vero piano industriale dell’acqua, non interventi simbolici o emergenziali.
Ma c’è di più. La crisi idrica si intreccia con altri problemi strutturali: agricoltura inefficiente, sprechi industriali, abusi nell’uso civico e privato, conflitti tra territori per la gestione delle risorse. Ogni litro perso o mal distribuito ha un costo economico, sociale e ambientale: dall’agricoltura alla produzione industriale, dall’uso domestico alla gestione dei servizi pubblici. Non è solo un problema di rete: è un problema di cultura della gestione dell’acqua, di priorità politiche, di consapevolezza civica. In un’isola con risorse limitate, ogni decisione rinviata pesa sulle famiglie, sulle imprese, sul futuro.
La Sicilia non è senz’acqua. È senz’idee, senz’unità di visione, senz’orgoglio amministrativo. I dati ci sono, le tecnologie esistono, le competenze sono definite. Quello che manca è la volontà di trattare l’acqua come bene strategico, vitale, da governare con coraggio, coerenza e responsabilità. E su questo, finalmente, ognuno deve rispondere per ciò che è tenuto a fare. Perché l’acqua non aspetta, e l’inerzia costa ogni giorno di più.
(Letterio Grasso – Azione)



