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Editoriale. IL PREZZO DEL CORAGGIO, in Tribunale a Messina condannato pedofilo: LA VITTIMA TENTA IL SUICIDIO

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Quello che è accaduto tra le mura del Palazzo di Giustizia di Messina in Corte d’Appello non è “solo” cronaca giudiziaria. È il grido disperato di una ferita che, a distanza di quasi dieci anni, non accenna a rimarginarsi. Il tentativo di una giovane donna di gettarsi da una balaustra, subito dopo aver testimoniato contro l’uomo che le ha rubato l’infanzia, è la prova tangibile di quanto sia alto, a volte insostenibile, il prezzo che lo Stato chiede alle vittime in cambio di giustizia.

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La conferma della condanna a 7 anni e 2 mesi per il 56enne O.F. è un atto dovuto, una firma necessaria su una verità già scritta nel dolore. Ma la sentenza, pur necessaria, appare quasi come un freddo corollario di fronte al dramma umano consumatosi in aula. Quando una vittima, dopo aver trovato il coraggio di guardare in faccia il proprio aguzzino e ripercorrere l’orrore degli abusi subiti a dieci anni, vede nel vuoto di un piano alto l’unica via di fuga dallo sconforto, significa che il sistema di supporto ha mostrato una falla.

Il processo penale, per sua natura, è un luogo di scontro, di tecnicismi, di fredde procedure. Ma quando il reato è la pedofilia, il tribunale diventa un campo minato emotivo. Lo Stato non può limitarsi a emettere condanne; deve garantire che l’aula non diventi il luogo di una seconda vittimizzazione. L’aggressione della madre all’imputato è un gesto che la legge condanna, ma che l’umanità comprende. È l’istinto di protezione che esplode dove la prevenzione ha fallito anni prima.

I 30mila euro di risarcimento e gli anni di carcere stabiliti dai giudici di Messina sono strumenti di civiltà, ma non sono la cura. La vicenda ci ricorda che la giustizia non si esaurisce con la lettura di un dispositivo. Una comunità è davvero giusta solo se è capace di sorreggere chi vacilla su quella balaustra, non solo durante il processo, ma soprattutto nel lungo e silenzioso “dopo”.

Una nota di merito per colei che ha rappresentato la Parte Civile, l’Avv. Piera Basile, da sempre vicina all’ex bambina oggi ventenne ed alla sua famiglia, con scrupolo, coscienza, sensibilità e professionalità. La conferma della pena è una vittoria della legge, purtroppo il tentato suicidio in aula, invece, resta una sconfitta per tutti noi.

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