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Il trucco della governabilità e la verità che nessuno vuole dire

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Dalla mia tenera età, non ricordo da quanto tempo la politica italiana parla di governabilità. Sicuramente almeno negli ultimi trent’anni se n’è parlato. Sembra una parola magica che ogni partito, ogni governo, riesce ad utilizzare per non si sa quale fine (politico).

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I più maliziosi tendono a spiegare la cosa come un modo di voler ridurre il pluralismo e “addomesticare” il Parlamento, blindando il potere esecutivo, quindi un modo per concentrare il potere.

Tutta questa storia sulla governabilità, la maggior parte delle volte si traduce in una nuova riforma elettorale, che chi la gestisce, tende a proporla a propria immagine e somiglianza, ma la storia ci dice, che la maggior parte delle volte diventa una sorta di boomerang che affossa il governo uscente.

Da anni sentiamo parlare di Premier forte, autorevole, scelto dal popolo, ma questo non è quello che prevede la nostra Costituzione.

In Italia esiste il Presidente del Consiglio dei ministri, un primus inter pares e questo non è sicuramente un caso. È una figura che nasce dal Parlamento e del quale, almeno teoricamente, dipende. Tutto il resto è propaganda importata da sistemi vigenti in altri paesi.

Andiamo ad oggi, già dalle ultime elezioni si parla di riforma elettorale, con questa sorta di “premierato” che il governo a trazione FdI e quindi Meloni, vorrebbe portare avanti. Praticamente il senso potrebbe essere quello di costruire un premierato di fatto, senza cambiare l’architettura costituzionale. Una deformazione della rappresentanza a colpi di premi di maggioranza e piccole modifiche che permetta di governare il paese a prescindere dalla rappresentanza.

In una democrazia ci sono due modelli principali di elezione e in Italia, quello pensato dai padri costituenti, sul quale si è organizzata tutta l’architettura costituzionale, è il sistema proporzionale puro, al quale si potrebbero anche inserire delle soglie minime di sbarramento. In teoria, in Parlamento dovrebbero stare le forze politiche in base alla loro rappresantatività, senza artifici, premi di maggioranza, moltiplicatori e soprattutto senza le liste bloccate, che pare che tutti i segretari di partito si siano dimenticati di eliminare (per convenienza?).

Ma perché alcuni temono il proporzionale e le preferenze?

Si teme il pluralismo? La rappresentatività? L’indipendenza degli eletti che sarebbero legati ai propri territori e ai propri elettori?

Si teme il confronto e quello che dalle elezioni potrebbe venire fuori, preferendo un sistema che costruisca maggioranze artificiali che gli garantisca i seggi (di solito degli amici e dei fedelissimi).

Ma si vuole dare agli italiani il potere di scegliere chi li deve governare?

A mio parere, proporzionale puro, piccolo sbarramento, per evitare un eccessivo frastagliamento e che ognuno faccia il proprio partito, e al massimo, se si volesse modificare qualcosa, modificare la Costituzione, inserendo l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, che molte volte è figlio di logiche diverse da quelle rappresentative e politiche.

Il Presidente del Consiglio deve rimanere espressione del Parlamento, con i poteri contenuti dal Presidente della Repubblica.

Tutto il resto è ibrido e può diventare anche in parte pericoloso, per mancanza di legittimità, soprattutto se senza una vera e propria riforma costituzionale.

Per esempio, il tentativo in corso di riforma sembra essere il solito gioco e cioè quello di cambiare le regole del voto per vincere prima ancora di andare a votare.

Ripeto, questo è stato fatto da tutti i governi, di destra, sinistra, centro, tecnici, ibridi ecc… con l’unico risultato di diventare un boomerang contro chi lo ha fatto.

Una democrazia matura non ha paura dei numeri veri, delle proporzioni reali, delle minoranze, e accetta il verdetto delle urne.

Una democrazia vera, ha paura di tutto il resto.

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