Sicuramente quando si parla di Iran si fa riferimento ad un paese che, secondo Amnesty International, ha represso i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Dove le minoranze sociali etniche e religiose hanno subito sistematiche discriminazioni e violenze. Nel quale l’autorità di Ali Khamenei ha intensificato il giro di vite contro le donne, che hanno sfidato le leggi sull’obbligo di indossare il velo, la comunità baha’i e le persone rifugiate e migranti afgane.

Un paese in cui migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente, interrogate, vessate e/o perseguitate ingiustamente, per avere esercitato i loro diritti umani. Ove i processi sono rimasti sistematicamente iniqui. Sparizioni forzate e tortura e maltrattamento sono fenomeni diffusi e sistematici. Lì, ancora oggi, vengono eseguite punizioni crudeli ed inumane, come la fustigazione e l’amputazione. La pena di morte è utilizzata in modo arbitrario e prevale un clima di impunità strutturale per i crimini contro l’umanità, del presente e del passato.
Un paese, insomma, lontano anni luce dalle libertà concesse e di cui godono i cittadini che vivono nella parte occidentale del mondo, che quasi plaudono alla fine del regime autoritario di Ali Khamenei.
Ma siamo veramente sicuri che questa guerra avviata da Trump, che si muove come fosse il “Bullo del mondo”, e Netanyahu, che si è macchiato di un genocidio, sia veramente un modo per “esportare” la democrazia in Iran, per dirla secondo il sogno americano? Siamo sicuri che l’unico obiettivo fosse quello di ridimensionare il progetto nucleare iraniano?
Intanto siamo davanti ad un conflitto che si è presto allargato all’intera area del Golfo e non ne conosciamo il termine. Ma presto ci renderemo conto delle ricadute economiche sui cittadini europei e italiani. E speriamo solo quelle…
Resta comunque il fatto che questa è una “guerra illegale”. Il diritto internazionale è chiaro: l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. L’articolo 51 consente il ricorso alla forza esclusivamente in caso di legittima difesa, a fronte di un attacco armato in corso.
Senza questi presupposti non si può parlare di “azione preventiva”, senza questi requisiti, previsti dal diritto internazionale, si rischia di legittimare una violazione dell’ordinamento multilaterale.
Come era inaccettabile parlare di “operazione speciale” per l’invasione dell’Ucraina, oggi è scorretto parlare di azione preventiva. In entrambi i casi si tratta di guerre che mettono in crisi il sistema fondato su regole condivise.
Il rischio politico oggi è ancora più evidente: accettare che la forza sostituisca il diritto, significa aprire la strada a un ordine internazionale fondato sulla potenza militare, e non su norme comuni.
L’Unione Europea non può essere ancora una volta ambigua né divisa. Deve affermare con chiarezza che l’uso unilaterale della forza, al di fuori dei casi previsti dal diritto internazionale, è inaccettabile.
Il Governo italiano ancora oggi è non pervenuto. L’amico Trump lo ha tenuto lontano dalle scelte che hanno dato origine ad uno scenario così complesso e pericoloso. A parte qualche uscita impalpabile del Presidente Meloni, si è assistito solo a siparietti imbarazzanti che hanno visto protagonisti il Ministro della Difesa e il Ministro degli Esteri.
L’Italia deve fare sentire la sua voce in Europa e nel Mondo. Davanti ad una crisi di simile entità, il Governo italiano deve avere la stessa schiena dritta mostrata dal leader spagnolo Sanchez. L’Italia, nel rispetto dei patti atlantici, deve uscire dal ruolo di semplice vassallo degli USA. Quanto tempo ancora deve passare perché l’Italia paghi il debito per essere stata “liberata” nel secondo conflitto mondiale?
Sarebbe utile quindi che il Governo sviluppi e presenti al Paese e alla comunità internazionale una strategia su questa crisi che potrebbe avere conseguenze ancora difficili da immaginare. Una strategia che obbligatoriamente passi da un “cessate il fuoco” e dalla ripresa delle vie diplomatiche. Ma che presenti anche le misure mitigative per il nostro Paese, perché le conseguenze militari, sociali ed economiche non sono così lontane.



