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L’ULTIMO RUGGITO del Senatùr: ADDIO A UMBERTO BOSSI, l’uomo che inventò la PADANIA

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Si è spento a 84 anni il fondatore della Lega Nord. Dai palchi di Pontida al “celodurismo”, dalle riforme alla caduta sotto i colpi degli scandali: ritratto del leader che ha stravolto la Seconda Repubblica.

Con Umberto Bossi non se ne va solo un leader politico, ma il protagonista di una stagione che ha sradicato i vecchi equilibri della Prima Repubblica per inventare un nuovo linguaggio fatto di canottiere, ampolle del Po e slogan feroci. Il “Senatùr”, l’uomo che ha dato voce alla rabbia e alle ambizioni del Settentrione, è morto all’età di 84 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel popolo leghista e un’eredità complessa nella storia del centrodestra italiano. Poco fa Padellaro a “il cavallo e la torre” ha affermato: “Si sente la mancanza e il bisogno di politici come lui”.

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Nato a Cassano Magnago nel 1941, la parabola di Bossi è quella di un “outsider” totale. Dopo una giovinezza tra lavori saltuari, studi di medicina mai conclusi e persino una fugace apparizione al Festival di Castrocaro, la folgorazione politica arriva nel 1979 grazie all’incontro con l’autonomismo valdostano. Il 12 aprile 1984, in uno studio notarile di Varese, nasce la Lega Autonomista Lombarda. È l’inizio di una marcia trionfale che, nel 1989, porterà alla fusione dei movimenti settentrionali nella Lega Nord. Con lo slogan “Roma Ladrona” e il mito di Alberto da Giussano, Bossi intercetta il malessere del Nord produttivo, portando il Carroccio da 2 a 80 parlamentari nel giro di pochi anni.

La storia di Bossi è indissolubilmente legata a quella di Silvio Berlusconi. Un’alleanza nata nel 1994, naufragata dopo soli sei mesi tra sospetti e “ribaltoni”, e poi rinata nel 2001 sotto il segno della Devolution. Celebre rimarrà la foto del Senatùr in canottiera a Porto Cervo, simbolo di una politica che voleva essere “popolo” contro il “palazzo”. Nonostante le rotture e le promesse di “non sedersi mai più allo stesso tavolo”, i due hanno plasmato il centrodestra per vent’anni, tra riforme federaliste e colpi di scena legislativi.

La vita di Bossi subisce una drammatica virata l’11 marzo 2004, quando un ictus lo colpisce duramente. “Prima ero una belva, un motore a scoppio”, racconterà lui stesso anni dopo. Nonostante la paresi e le difficoltà nell’eloquio, il “vecchio leone” torna nell’arena politica, riuscendo a far approvare la riforma sulla devolution, poi bocciata dal referendum. Il declino definitivo, però, non è fisico ma giudiziario. Nel 2012 arrivano le dimissioni da segretario: lo scandalo dei fondi del partito usati per spese personali della famiglia travolge il suo cerchio magico. Una macchia che porterà a una condanna per appropriazione indebita, ma che non spegnerà il legame viscerale con la base militante.

Gli ultimi anni sono stati quelli dell’amarezza. Bossi non ha mai digerito la svolta nazionalista di Matteo Salvini, accusato di aver svenduto il Nord per inseguire “quattro fascistoni”. Fino all’ultimo, pur tra i ricoveri e la salute precaria, ha cercato di mantenere accesa la fiamma dell’autonomia originaria, fondando il Comitato del Nord e arrivando, in un ultimo provocatorio gesto, a votare Forza Italia alle Europee del 2024.

Un uomo che ha parlato alla pancia del Paese, che ha diviso l’opinione pubblica con espressioni colorite e gesti estremi, ma che ha indubbiamente costretto l’intera nazione a fare i conti con la questione settentrionale. Il “fucile sempre caldo” delle sue metafore si è spento, ma il segno lasciato dal Senatùr rimarrà impresso per decenni tra le valli bergamasche e i palazzi romani.

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