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Marsala, il sogno infranto di Francisco, istruttore di apnea

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Una storia personale che diventa grido collettivo di giustizia.

Marsala – Un sogno spezzato, una ferita che brucia e un grido di giustizia che non vuole restare inascoltato. È la storia di Francisco Barbieri, giovane italo-argentino di 36 anni ritornato in Italia per realizzare il suo sogno (la sua famiglia, emigrata in Argentina tanto tempo fa, è originaria di Cremona), istruttore di immersione e apnea PADI, che dopo aver girato il mondo e lavorato nei resort più prestigiosi, ha deciso di tornare in Italia per investire tutto se stesso in una città che lo aveva conquistato: Marsala.

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Non un approdo casuale, ma una scelta dettata dall’amore per un territorio che racchiude in sé mare, storia, cultura e ospitalità. «Marsala mi sembrava un cocktail perfetto – racconta – le isole Egadi, lo Stagnone con i suoi mulini e le saline, la biodiversità marina. Un patrimonio naturale unico che meritava di essere valorizzato anche attraverso lo sport e la formazione».

Il progetto era chiaro: aprire un piccolo centro che unisse la sua esperienza internazionale con le potenzialità della città. Non solo corsi di immersione e apnea, ma anche laboratori di respirazione applicati a sport acquatici, certificazioni di primo soccorso valide ovunque nel mondo, un luogo d’incontro dove bere un caffè o organizzare escursioni. Un sogno che voleva essere più grande di lui: un’opportunità anche per i giovani marsalesi.

Per questo Francisco non ha esitato. Ha venduto la sua casa, raccolto i risparmi di una vita e, con la sua cagnolina al fianco, si è trasferito a Marsala. Ha scelto un locale in centro, pagando caparra, affitto, mobili e attrezzature. Lo ha preparato con le proprie mani, convinto che fosse tutto in regola.

Poi il risveglio amaro: il locale non aveva l’APE valido, documento indispensabile per ottenere il SIAC e registrare qualsiasi attività commerciale. In altre parole, non avrebbe mai potuto aprire. Due mesi di affitto persi, migliorie inutili, attrezzature ferme, divise donate. Un investimento da quasi 19.000 dollari svanito nel nulla.

«Non è solo una questione di soldi – spiega – la parte più dura è stata dover rinunciare a dare lavoro a un giovane di Marsala, come avevo promesso. Questo progetto non era solo mio, era della città».

Il suo grido non è soltanto personale. Francisco denuncia una prassi che rischia di soffocare i sogni di tanti giovani imprenditori: contratti firmati senza i requisiti minimi, documenti incompleti, fiducia tradita. «Quante volte succede? – si chiede – Quanti ragazzi scelgono di emigrare a Londra o Berlino perché qui sembra normale che un sogno si spezzi per burocrazia e superficialità? Ma non è normale. Non deve esserlo».

Oggi Francisco si ritrova con una casa svenduta, i risparmi bruciati e un’attività mai iniziata. Eppure non parla da sconfitto. «Scrivo con dolore, sì, ma anche con speranza. Non per scoraggiare, ma per ispirare. Credo nell’Italia, credo nella Sicilia, credo che valga sempre la pena scommettere. Chiedo solo giustizia: che nessuno debba più perdere tutto per fidarsi di un contratto irregolare».

La sua è una lettera aperta, un appello che va oltre la vicenda personale. È il grido di chi non vuole arrendersi all’idea che i sogni in Italia muoiano tra carte mal fatte e burocrazia.

«Io credo in questa terra – conclude – e per questo non mi arrendo. Questo grido non è solo mio: è di tutti quelli che vogliono costruire e non devono più essere fermati».

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