12 novembre 2003 – 12 novembre 2025. Ventidue anni dopo, il ricordo dei nostri caduti resta vivo
Sono passati ventidue anni da quella mattina di novembre in cui, a Nassiriya, in Iraq, un camion imbottito di esplosivo si lanciò contro la base italiana “Maestrale”. Erano le 10:40 ora locale (le 8:40 in Italia) del 12 novembre 2003. In un attimo, una deflagrazione devastante cancellò vite, sogni, silenzi. Diciannove italiani (dodici carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili) caddero in quella che resta la più grave tragedia mai subita dalle forze italiane impegnate in missioni di pace. Nassiriya divenne, da quel momento, non solo un nome legato al dolore, ma un simbolo del coraggio, del dovere e dell’onore.

Il contingente italiano era impegnato nella missione “Antica Babilonia”, con l’obiettivo di contribuire alla ricostruzione e alla stabilizzazione di un Paese lacerato dalla guerra. Quel 12 novembre, la vita nella base “Maestrale” scorreva come ogni giorno con turni di guardia, rapporti con le autorità locali, pattugliamenti. Poi, l’Inferno. Un camion cisterna carico di esplosivo, travestito da veicolo delle Forze di Polizia, superò il posto di blocco e si schiantò contro l’edificio del comando. L’esplosione fu talmente violenta da far tremare la città e da distruggere gran parte della base. Le fiamme, il fumo, le urla: in pochi secondi tutto cambiò. Tra i primi a reagire fu il carabiniere Andrea Filippa, che riuscì a sparare contro l’attentatore tentando di fermarlo. Morì al suo posto di guardia, nel compimento del dovere. In quell’istante, come in un solo destino, altri diciotto italiani e nove cittadini iracheni persero la vita.
L’Italia si fermò. Le immagini di Nassiriya scossero il Paese come mai prima. Le bandiere furono ammainate a mezz’asta, le sirene delle caserme risuonarono in ogni città, le chiese si riempirono di silenzio e preghiere. I funerali di Stato, celebrati nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, furono un momento di unità nazionale. Il picchetto d’onore, i feretri avvolti nel tricolore, il pianto dei familiari e di un intero Paese: una ferita collettiva che ancora oggi brucia. Fu allora che nacque una promessa, pronunciata a voce bassa ma condivisa da tutti: non dimenticare.
Nel 2009 il Parlamento italiano istituì la “Giornata del Ricordo dei Caduti Militari e Civili nelle Missioni Internazionali per la Pace”, fissandola al 12 novembre. Ogni anno, in questa data, l’Italia si ferma per rendere omaggio a chi ha servito il Paese lontano dai confini, portando aiuto, sicurezza e speranza in terre difficili. Le celebrazioni si tengono nelle piazze, nei municipi, nelle caserme, nei cimiteri militari. Si leggono i nomi dei caduti, si depongono corone d’alloro, si recita il “Silenzio d’ordinanza”. Non è solo una cerimonia: è un atto di gratitudine e di consapevolezza.
Ricordare Nassiriya non significa soltanto onorare il passato, ma anche comprendere il significato di chi, in uniforme o da civile, sceglie di rischiare la vita per un ideale di pace. Quegli uomini e quelle donne rappresentano il volto migliore dell’Italia, persone che hanno messo il proprio coraggio al servizio di un popolo straniero, lontano da casa, in un contesto segnato dall’instabilità e dal pericolo. Ogni missione di pace porta con sé una tensione profonda tra rischio e speranza. Nassiriya ci ha insegnato che la pace non è mai un dono, ma una costruzione fragile, da difendere con impegno, competenza e solidarietà.
Questi i diciannove italiani che persero la vita il 12 novembre 2003 nella strage di Nassiriya:
Carabinieri
Tenente Massimiliano Bruno
Maresciallo Capo Enzo Fregosi
Maresciallo Capo Alfio Ragazzi
Brigadiere Giuseppe Coletta
Appuntato Andrea Filippa
Appuntato Giovanni Cavallaro
Vice Brigadiere Domenico Intravaia
Vice Brigadiere Daniele Ghione
Carabiniere Scelto Ivan Ghitti
Carabiniere Scelto Stefano Rolla
Carabiniere Scelto Giuseppe Coletta
Carabiniere Scelto Horacio Majorana
Esercito Italiano
Capitano Massimo Ficuciello
Capitano Nicola Calipari
Sergente Giovanni Cavallaro
Caporal Maggiore Pietro Petrucci
Caporal Maggiore Alfonso Trincone
Civili
Alessandro Carrisi
Stefano Rolla

Oggi, a ventidue anni di distanza, il nome di Nassiriya risuona ancora nelle piazze, nelle scuole, nelle caserme. Monumenti, targhe e piazze intitolate ai caduti ne custodiscono la memoria: simboli di una storia che non può essere cancellata. Nei volti dei familiari si leggono ancora il dolore e l’orgoglio. Le nuove generazioni, che allora non erano ancora nate, imparano a scuola che dietro quei numeri ci sono persone: uomini che avevano una famiglia, una speranza, un futuro interrotto. La memoria di Nassiriya non appartiene solo alle Forze Armate, ma a tutta la Nazione. È un patrimonio collettivo, un monito silenzioso che ci ricorda il prezzo della pace e il valore della vita.
Ogni 12 novembre, alle 8:40 italiane, il suono delle campane e delle sirene torna a fendere l’aria. È un silenzio diverso, pieno di rispetto.
Un silenzio che parla, che attraversa le generazioni, che ci invita a fermarci un momento, per dire grazie:
Grazie a chi non ha esitato.
Grazie a chi ha servito.
Grazie a chi ha creduto che la pace valesse la vita.
Il tempo passa, ma la memoria resta. Nassiriya non è solo un luogo del dolore, è un simbolo di ciò che siamo capaci di essere quando scegliamo la solidarietà, il servizio, l’impegno. Ricordare significa onorare e onorare significa continuare a credere che il sacrificio non sia stato vano.
Oggi, come allora, l’Italia si inchina davanti ai suoi caduti….. Con rispetto. Con riconoscenza. Con silenzio.



