Yasin Mirzaei, studente dell’Università di Messina, è morto in Iran durante le proteste a Dareh Deraz, Kermanshah, probabilmente colpito da ben diciotto proiettili, secondo l’Iran Human Rights Documentation Center. Il giovane, cittadino yarsani, si era trasferito in Italia tre anni fa per proseguire gli studi.

L’Università degli Studi di Messina, si legge in una nota, “esprime la propria vicinanza e solidarietà alla comunità studentesca iraniana dell’Ateneo, che sta vivendo ore di forte apprensione e sofferenza, acuite dalla difficoltà di contattare familiari e amici in Iran, con gravi ripercussioni sul benessere personale e sulla serenità del percorso accademico. In questo contesto, l’Ateneo esprime, inoltre, profondo cordoglio per la scomparsa in Iran di un giovane che aveva frequentato l’Università di Messina, un evento che colpisce e addolora ancor di più l’intera comunità accademica. UniMe ribadisce con fermezza i valori che fondano la comunità universitaria: tutela della persona, rispetto dei diritti umani, libertà di pensiero e di espressione, rifiuto di ogni forma di violenza e discriminazione. In queste giornate, l’Ateneo intende trasformare la solidarietà in azioni concrete, garantendo a studentesse e studenti tutto il supporto che rientra nelle proprie possibilità. UniMe, infine, accoglie e sostiene il messaggio di vicinanza espresso dalle rappresentanze studentesche e le iniziative di sensibilizzazione promosse in città, nel rispetto dell’autonomia e della libertà di espressione della comunità universitaria”, conclude la nota.
Secondo la Human Rights Activists News Agency, il bilancio avrebbe raggiunto almeno 2.000 morti. Di questi, 1.847 sarebbero manifestanti, mentre 135 appartengono alle forze governative. Particolarmente tragico è il dato sui bambini uccisi, almeno nove, insieme a civili che non stavano nemmeno partecipando attivamente ai cortei. Il sito dell’opposizione parla invece di una cifra molto più alta, definendola il “più grande massacro nella storia moderna dell’Iran”. Secondo i loro rapporti, basati su testimonianze dirette e prove verificate dal comitato editoriale, le vittime sarebbero 12.000. Gran parte di questo massacro si sarebbe consumato in sole 48 ore, tra l’8 e il 9 gennaio.
Nonostante i blocchi periodici di internet imposti da Teheran, i social media sono diventati l’unico vero occhio sul conflitto. In queste ore, piattaforme come X, Instagram e Telegram sono invase da immagini shock che mostrano i corpi dei manifestanti abbandonati nelle strade o accatastati negli obitori di fortuna. Video che spesso mostrano ferite d’arma da fuoco a bruciapelo, a conferma dell’uso di munizioni letali contro la folla disarmata.



