Nella serata di venerdì 27 febbraio 2026, presso l’Auditorium del Parco “Maggiore La Rosa”, gremito di pubblico, si sono amichevolmente incontrati nelle persone delle autorità e della cultura, due tra i paesi più noti del messinese, Novara di Sicilia e Barcellona Pozzo di Gotto, per tracciare, attraverso la tradizione del teatro, la loro storia e rendere omaggio alla memoria dei due musicisti, Riccardo Casalaina e Placido Mandanici.


L’incontro è stato promosso dal Rotary Club di Barcellona P.G. grazie al Presidente di sezione Nicolò Mazzeo e all’intermediazione delle Dott. sse Carmela Brigandì, Egregio Notaio e della Dirigente Scolastica Cettina Ginebri. Presenti e relatori per Novara il sindaco Dott. Girolamo Bertolami e il portavoce delle Tradizioni Novaresi Salvatore Buemi, per Barcellona P.G. l’Arch. Marcello Crinò e l’Arch. Francesca Aricò.
Dopo l’ascolto degli inni, il protocollare suono della campana ha dato l’avvio alla conferenza. Il Presidente del Rotary ha ricordato come, in ogni luogo, il teatro sia occasione di riflessione sociale e di aperture al futuro.
Il Dott. Bertolami ha affermato che il teatro Casalaina è simbolo di identità per i novaresi, struttura piccola, di origini settecentesche, ma da sempre luogo di emozioni e tradizioni umane peculiari del paese oltre che di incontro sociale. Sorse nel 1770, un tempo è stato spazio principalmente riservato agli avvenimenti religiosi come gli antichi “Mortoria”, che, come è riportato dall’antropologo G. Pitrè, sono una rappresentazione poetica della Passione di Cristo, tradizione profondamente religiosa e antropologica radicata nel borgo e legata alla cripta della Chiesa Madre.

Frequentato ancor prima del 1770, la struttura si svolgeva a forma di ferro di cavallo e veniva adibita a frumentario, Colonna Frumentaria o Monte di pietà che dava prestiti in natura ai contadini in cambio di un piccolo interesse fino al 1830, anno in cui la Colonna Frumentaria venne chiusa, fino ad allora convissero le varie funzioni, quella economico-sociale e quella teatrale.
In un secondo momento vennero costruiti, per iniziativa di ventidue famiglie benestanti, dei palchi su due piani ai quali venne aggiunta la galleria. La struttura del teatro venne poi demolita per timore di incendi e ricostruita in cemento armato nel 1958, da allora è centro di vita culturale e di eventi ricreativi. È situato al centro del paese, oggi località turistica e nota per l’amenità naturale e il calore degli abitanti, ancora intatti in un sentire antico. Noto per i festeggiamenti del Carnevale che ospita, il Casalaina era un tempo luogo ove ci si riuniva, ma secondo le regole della distinzione sociale e si ricorda come ai vari strati sociali fossero destinate serate differenti: ai notabili e proprietari terrieri era riservata la prima serata, elegantissima e i palchi al primo piano; la seconda serata era per gli artigiani, ricchi, molti e prosperi a Novara, i quali sedevano nei palchi al secondo piano ed in fine i contadini detti “Scarpi c’a taccia” ovvero coloro che per non consumare le costose suole vi mettevano dei chiodi detti “tacce”.
Spesso con la maschera si esibivano personaggi del paese che inscenavano fatti realmente accaduti in paese e dai risvolti boccacceschi, suscitando risa, allusioni e pettegolezzi con il rischio che il mordace umorismo, mietesse “vittime”. Il teatro è stato intitolato a Riccardo Casalaina, nato a Novara il 19 Maggio del 1881 e di origini paterne di Castroreale, morto giovane e tragicamente, insieme alla moglie Dora Lucifero, figlia del Barone Lucifero di Milazzo, durante il maremoto del 28 dicembre del 1908. Era detto il Mozart italiano e diresse l’orchestra del Vittorio Emanuele. Intratteneva corrispondenze con Mascagni e Leoncavallo.

Come ha ricordato il Dott Salvatore Buemi, non è solo una struttura nota per le feste carnascialesche, ma luogo di aggregazione, tanto che in uno dei periodi in cui rimase chiuso, la sua funzione venne assolta da una Chiesa sconsacrata per non perdere lo spirito di aggregazione e la continuità delle tradizioni più vive che il teatro manteneva. Il Carnevale Novarese è stato ripristinato nei sui contenuti umani dalle iniziative del Buemi che ha voluto che la prima serata fosse dedicata ai piccoli per insegnare loro il senso della continuità che li accompagnerà lungo la crescita nella conoscenza delle tradizioni, così come per la lingua gallo-italica, è bene dunque che il teatro continui a raccogliere tutte le generazioni; inoltre la reintroduzione della contradanza, che si balla alla fine delle serate, da parte di Buemi è stato un atto d’amore ed una strategia di sviluppo del senso di appartenenza e di unicità identitaria come forte segnale di recupero delle tradizioni.
Questa danza popolare, per un periodo trascurata, è stata ripresa e diffusa soprattutto tra i giovani che la perpetueranno e la faranno conoscere come uno dei tesori dell’etnografia novarese, infatti il senso di appartenenza e l’identità che da queste tradizioni sono generate incidono considerevolmente sulla forza degli abitanti che sanno poi convertire in sopravvivenza, come sviluppo culturale e turistico, dando luogo ad un ritorno economico e di genuina vita vissuta paesana che fanno di Novara un paese vivo e in via di rigenerazione. I ragazzi recandosi con le scuole hanno appreso le regole dello stare a teatro come forma di educazione e di paideia culturale, semplice ed efficace.
Riprende poi la parola il Presidente ed il Prefetto della sezione, e l’Avv. Giovanna Benvegna, passa la parola ai relatori di Barcellona Pozzo di Gotto. L’Arch. Francesca Aricò rammenta la data dell’inaugurazione del nuovo Mandanici, il 31 marzo del 2014, quando il teatro fu restituito alla cittadinanza dopo quarantacinque anni dal suo devastante incendio che ha privò la città di memoria e tradizioni irripetibili; oggi, il teatro si presenta come fiore all’occhiello tra le più importanti istituzioni della provincia, secondo in tutto il messinese dopo il Vittorio Emanuele di Messina. L’Arch. Aricò evidenzia come la struttura si trovi nel cuore della città inserita in una splendida villa secondo alcuni dei criteri dell’urbanistica naturale, ma rispecchiando sia nella vecchia struttura che in quella contemporanea, l’ascendenza greca dell’impianto. A tal fine, per favorire la comparazione, l’Arch. Aricò passa in rassegna una breve storia del teatro greco e delle sue origini, da quello di Dioniso ad Atene del IV/V sec. A.C. a quello di Epidauro del 360 A.C., patrimonio dell’UNESCO, a quello di Siracusa del V sec. a.C., di Taormina del III sec. a.C., del Tindari della fine del IV sec. a.C., spiegandone funzioni sacre, pubbliche e politiche, soprattutto didascaliche e sottolinea come sia indubbio che il teatro abbia avuto un ruolo fondamentale per la Grecia, per il demos e per qualsiasi regione al mondo che senza il teatro non avrebbe mai conosciuto il valore sacro, morale e storico-culturale della propria appartenenza.

Un luogo senza teatro non è un vero luogo. Dopo aver percorso la storia dei più grandi teatri in pietra, confronta la struttura del teatro greco con quella del vecchio e del nuovo Mandanici, nella struttura di quest’ultimo vede il riverberarsi e duplicarsi, in diverse modalità, dell’archetipo greco, con l’unicità che il nostro è immerso in un ambiente naturale che, a sua volta fa parte di un’altra struttura, quella della Villa Primo Levi.
L’Arch. Marcello Crinò, ha prodotto a convalida e supporto di quanto esposto dall’Aricò una precisa documentazione fotografica sul Mandanici, ottimo riferimento visivo per il pubblico in sala, documentazione che contempla dai tempi in cui la struttura era quella settecentesca dell’interno, modificata poi all’esterno durante gli anni Trenta del Novecento, fino al nuovo Mandanici moderno e quasi avveniristico situato non più in piazza San Sebastiano, ove si trovava l’antica chiesa intitolata al Santo e demolita per far posto alla via Roma, via principale della città , ma come già rilevato all’interno della Villa “Primo Levi” alla maniera degli unici teatri al mondo che rispondono a questo criterio, esistenti solo in Giappone. La storia del Mandanici è lunga e travagliata con aperture e chiusure lungo il corso dei due secoli passati, fino all’incendio del 1967 e la demolizione di quanto rimaneva nel 1972. La sua storia dura da 170 anni e ne sono passati quarantacinque prima che nel 2012 si chiudessero i cantieri e nel 2014 il teatro venisse restituito alla cittadinanza che, in questo frattempo aveva dimenticato una parte di tradizione e di memoria. Nella sua travagliata storia il teatro ha vissuto ben quattro inaugurazioni rispettivamente nel 1845, nel 1891, nel 1933 ed infine nel 2014. Tra le varie progettazioni è da ricordare quella dell’Arch. Giovanni Leone che, precedentemente prevedeva un palcoscenico girevole.
Nel 1986 si inaugurò a cantiere aperto il futuro nuovo Mandanici e si mise in scena un lavoro avveniristico e geniale di Emilio Isgrò “Didone Adonais Domine”, in cui ebbe luogo un palcoscenico, metafora di quello girevole, attorniato da un cerchio d’acqua, ma la progettazione del nuovo teatro, è frutto anche di un’elaborazione a più mani e solo nel 2014 si avrà l’ultima inaugurazione. L’esterno è un’armonica struttura semicircolare lontana dagli stereotipi classici, ma l’interno prevede un sistema che riprende i principi dell’acustica greca; elegante ha ampi spazi d’ingresso e una galleria ove trovano posto le foto dei personaggi barcellonesi più noti che hanno operato in campo teatrale. Il foyer si presenta come un ampio “salotto” ove hanno luogo spesso eventi culturali e la presentazione o conferenza stampa del programma teatrale annuale. L’ambiente interno è ampiamente illuminato e rivestito di legni funzionali e pregiati. Vi si trovano un antico prospetto del Mandanici che non vide mai la luce e un ritratto del musicista Placido Mandanici a cui è stato intitolato il teatro, donato dalla Pro Loco.

Il compositore, come riferisce l’Arch. Marcello Crinò, esperto e validissimo conoscitore della storia barcellonese e non solo, è nato a Barcellona P.G. nell’odierna via Mandanici, il 3 luglio 1799 e morto a Genova, ove riposano i suoi resti, il 6 giugno 1852; notevole contrappuntista, si diplomò al Conservatorio di Palermo nel 1820, religioso e di fede liberale, studiò a Napoli e giunse al massimo della notorietà alla Scala di Milano ove diede le sue opere “Il rapimento” e “Il buontempone di Porta Ticinese”; noti anche il ballo “Romanoff”, “L’Ombra di Tzi-Ven, il suo “Requiem”. Nel 1999 è stato inciso un CD con alcuni brani. Il suo librettista fu Felice Romani e le sue composizioni, riprodotte possono essere ascoltate su youtube. A Milano frequentò importanti e noti salotti, fu molto apprezzato anche negli ambienti musicali partenopei e riuscì a conquistare il severo pubblico del san Carlo di Napoli. La sua carriera fu lunga e appagante.
A fine serata il Presidente ha ringraziato i relatori e il pubblico ancora è giunto lieto e sinceramente interessato. La serata è stata un momento di incontri proficui tra autorità e mondo della cultura, avendo fornito spunti e stimolato interessi per ulteriori approfondimenti. Il ricordo dei due teatri e dei due musicisti ha rievocato a quella parte di storia bella e costruttiva delle nostre comunità che induce a comprendere i valori della tradizione e dell’appartenenza.
(Giulia M. Sidoti)



