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Tour de France 2025 – Pogacar, vittoria n.100. Van der Poel resiste in Maglia Gialla

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Parigi-Roubaix, 13 Aprile 2025. Mancano 38 km al traguardo Tadej Pogacar è in fuga, alla ricerca della prima vittoria nella più bella delle classiche del pavè. Con lui, in fuga c’è Mathieu Van der Poel, classicsman per eccellenza e pluricampione mondiale di ciclocross, con all’attivo le ultime due Parigi-Roubaix e 3 Giri delle Fiandre. Tadej sbaglia prende una curva sul pavè troppo veloce e cade, Mathieu ne approfitta e comincia una fuga solitaria che lo vedrà vincere al Velodrome di Roubaix. 

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Rouen, 8 Luglio 2025. Quarta tappa del Tour de France 2025. Percorso da classica del nord, con un tratto finale in pavè, e Tadej si riprende la rivincita alzando le braccia davanti a Mathieu in maglia gialla. 

A Rouen, la scena si è aperta con la brutalità elegante della Rampe Saint-Hilairecon i suoi 900 metri al 10,6% nel cuore medievale della città normanna. Una ferocia breve e tagliente, capace però di fare selezione come poche salite al mondo. Sulla Rampe, mentre l’asfalto sembrava quasi liquefarsi sotto le ruote, Pogacar ha allungato come chi ha l’urgenza di fare la differenza, e Vingegaard gli è rimasto incollato con quella compostezza che gli è consueta. Solo per un attimo ha ceduto, quando ha commesso l’errore, raro per lui, di voltarsi a guardare. Quella distrazione lo ha separato dallo sloveno di qualche metro, poi subito ricuciti. In cima, i due si sono ritrovati insieme, senza fiato, senza bisogno di parole: chi ha gambe per restare in scia, capisce. Nessuno però ha rilanciato, nessuno ha voluto sfidare la solitudine della fuga anticipata. Forse per calcolo, forse per rispetto. Forse solo perché, nel disegno misterioso del Tour, ogni attimo ha la sua ora, e questa non era ancora quella giusta. Eppure, sino a quel momento, la tappa aveva avuto un sapore completamente diverso. Per lunghi tratti, era sembrata un inno alla cooperazione ciclistica con squadre compatte, trenate controllate, strategie calcolate al millimetro. La Visma-Lease a Bike ha dettato il ritmo, allungando il gruppo lungo la Côte de Grand’Mare e poi spezzandolo in mille rivoli in discesa. La UAE Team Emirates ha risposto con una manovra da manuale. Prima Narvaez a scandire i tempi, poi Sivakov a limare gli avversari, infine Almeida, granitico, a sfiancare il gruppo prima che i capitani prendessero in mano la corsa. Pogacar è partito proprio lì, nel momento perfetto, dove la salita diventa giudizio, e ha fatto la sua selezione naturale. Eppure non ha insistito. Il Tour è ancora giovane, e le giornate per affondare davvero il colpo arriveranno. Così si sono rifatti sotto in pochi, pochissimi. Almeida e Jorgenson, ad esempio. Le fedeli ombre rispettivamente di Pogacar e Vingegaard. Non c’è neppure più bisogno di spiegare quanto siano diventati fondamentali. Hanno chiuso il margine senza forzare, come chi sa di doversi ritrovare anche domani, e dopodomani, e per tutto luglio. Così si è riformato un gruppetto selezionato, una sorta di élite naturale, e la corsa ha ripreso a respirare. Ma l’equilibrio era fragile, e tutti sapevano che si sarebbe rotto di nuovo sul rettilineo finale. Lì dove le ruote non si nascondono più, dove le alleanze smettono di contare e le gambe devono gridare più forte della paura. Mathieu Van der Poel ha provato il colpo da finisseur, quello che ama, quello che a Boulogne-sur-Mer gli aveva regalato il trionfo. Ha anticipato, ha forzato, ma stavolta Pogacar non ha concesso. Gli si è affiancato con la naturalezza di chi ha gambe migliori e poi l’ha sorpassato, alzandosi sui pedali con rabbia e consapevolezza. Braccia al cielo, centesima vittoria in carriera. Un traguardo che vale quanto una tappa, e forse anche di più. Che sia avvenuto proprio a Rouen, nella città che ha dato i natali a Jacques Anquetil, è un dettaglio che il destino si è divertito a cesellare. Pogacar non ha, forse, la grazia felpata del francese, ma è fatto della stessa materia: quella dei vincenti. È un corridore che vive il ciclismo come un’arte e una lotta, e la centesima affermazione è solo un altro capitolo di una carriera già mitica. La maglia gialla, tuttavia, resta sulle spalle di Van der Poel. Pogacar si consola, si fa per dire, con la maglia a pois, quella che proprio ieri aveva ceduto con finto distacco al compagno Tim Wellens per evitare la trafila della cerimonia. Un gioco di squadra, ma anche un segnale: quella maglia non è quella che sogna. Il suo obiettivo è l’altra, quella che conta, e lo sa bene. Ma intanto la maglia degli scalatori, che proprio quest’anno compie cinquant’anni, se la riprende eccome, come primo trofeo simbolico di un Tour che vuole dominare. C’è poi un altro ragazzo che quella maglia a pois la guarda con occhi diversi. Lenny Martinez, francese piccolo e fiero, l’aveva immaginato diverso questo Tour. Doveva essere quello della consacrazione, dell’ingresso nell’aristocrazia del ciclismo mondiale. Invece è stato spazzato via dai ventagli della prima tappa, ha perso il treno della classifica già a Lilla, e poi è rimasto invischiato nelle difficoltà verso Boulogne. Un inizio da incubo, che lo ha costretto a ripensarsi. Così, quando ha visto la fuga formarsi con Jonas Abrahamsen, Thomas Gachignard e Kasper Asgreen, ha capito che era tempo di reagire. Pochi punti raccolti, ma un primo passo per ridare un senso a tre settimane che non possono essere solo agonia. Quarta tappa dunque nel segno dei campioni, ma anche dei simboli. La centesima vittoria di Pogacar, le pendenze escludenti di Rouen, l’orgoglio ferito di Martinez, la maglia gialla che ancora resiste. Il Tour è iniziato solo da quattro tappe, ma ha già mostrato i suoi volti: quelli di chi può vincere tutto, e quelli di chi non si arrende mai.

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