Eh sì, da che parte stanno gli europei in quella che sembra una vera e propria guerra aperta contro il regime iraniano?

Il detto tric e trac e bombe a mano ci sta benissimo, se guardassimo soltanto al rumore di fondo che accompagna la diplomazia nel vecchio continente.
Quí, fortunatamente non è il fragore delle esplosioni o il rombo dei caccia a sentirsi, ma quello più sottile dei “tric e trac” diplomatici, che dividono ancora, per chi non lo avesse capito, le cancellerie europee.
Dichiarazioni prudenti, formule felpate, dichiarazioni di vicinanza, mentre gli Stati Uniti e Israele lanciano per davvero bombe sull’Iran che in risposta tira missili dove può, infiammando l’intero Medio Oriente e non solo.
“Fermare il programma nucleare” è il diktat a cui si affidano Trump e compagni.
Nel frattempo invece l’Europa si nasconde, come spesso accade, dietro il pacifismo: “moderazione”, “de-escalation”, “dialogo”, sono i commenti.
Tutte parole rispettabili e condivisibili, ma sono sufficienti a fare cessare l’azione militare?
Noi europei, siamo abituati alla guerra verbale, con un’ Europa disomogenea, dove ogni paese viaggia per i fatti suoi, dimostrando ancora una volta la sua totale inconcludenza.
“Parole parole parole”, come intonava una splendida canzone di Mina, che però non tengono conto della realtà e cioè di un conflitto aspro che rischia di ridisegnare gli equilibri dell’ intero Medio Oriente, con effetti devastanti sull’economia globale, soprattutto sul settore energetico, sulla sicurezza e sulla stabilità dell’intero continente europeo.
Inoltre si rischia anche un aumento del terrorismo, fenomeno finanziato e fomentato da sempre da Teheran.
Andiamo più nei dettagli.
Alcuni governi si sono allineati alla posizione americana, altri invece, mantengono una posizione di cautela e quasi quasi anche sospettosa dell’alleato a stelle e strisce. Atlantismo a fasi alterne, dipende dagli umori e dall’umidità (sic!).
Qual è il risultato?
L’Europa non parla con una sola voce, ma fa solo confusione e rumore come i “Tric e Trac”, dimostrando di essere uno pseudo “gigante di carta”.
Non discutiamo se il diritto internazionale esista o meno, o se gli americani hanno ragione o meno, sia sul piano militare che su quello morale, ma ci poniamo un’altra domanda:
l’Europa ha una strategia?
Non un riflesso condizionato o una reazione a caldo, ma una “strategia”.
La minaccia nucleare iraniana è reale, come sostengono Washington e Tel Aviv?
L’Europa si sente parte di questa alleanza e di questo perimetro di sicurezza, o considera l’intervento un errore?
Ma nell’uno o nell’altro caso, perché non parla con chiarezza?
Si preoccupa di assumersi le conseguenze politiche e diplomatiche?
Mi sa che il problema non è scegliere da che parte stare, ma semplicemente scegliere.
Siamo un sistema burocratizzato che non è capace di incidere nella politica estera, bisogna prenderne atto e comportarsi di conseguenza.
Non siamo in grado di dire la nostra e probabilmente non ci ascolta nessuno.
Semplicemente, se pensiamo che il Medio Oriente sia di interesse vitale per il vecchio continente, dovrebbe essere nei giusti tavoli a decidere e condividere scelte essendo determinante, ma pare proprio che anche i nostri alleati d’oltreoceano si fidino poco di noi europei, perché difficilmente ricordiamo, nella storia contemporanea, che un’azione del genere venisse portata avanti senza avvertire noi europei.
Atlantisti quando conviene, autonomisti quando ci piace e prudenti quando si devono cavare i ragni dal buco.
Ma chi si illude che la guerra contro l’Iran, non provocherà problemi anche a noi, sta commettendo un errore strategico.
Ci saranno tensioni sui mercati energetici, instabilità lungo le rotte commerciali, possibili nuove ondate migratorie, radicalizzazioni interne (terrorismo).
Non possiamo essere geopoliticamente neutrali, per il sol fatto che sul nostro territorio esistono diverse basi della NATO.
Si parla di doppio standard, ma probabilmente il problema è l’indecisione che una grande entità politico-economica non si può permettere.
Da che parte stanno gli “europei”? Ecco la domanda finale, quella che resta sospesa.
Siamo nell’alleanza atlantica senza se e senza ma? O si vuole costruire qualcosa di autonomo per proporre alternative credibili?
Abbiamo in tal caso gli strumenti politici e militari per sostenerla?
Non bastano le parole e le dichiarazioni, ma bisogna avere la forza, che per ora non sembra esserci, anche perché non ci sono unità di intenti.
Mentre nel Medio Oriente si sentono le bombe a mano, in Europa continua il suono dei tric e trac diplomatici. Il problema non è il volume del rumore, ma la sostanza. La storia non aspetta chi esita e l’Europa, ancora una volta, sembra più preoccupata di non scontentare nessuno che di decidere da che parte stare.



