Recensioni al primo ascolto, se serve pure al secondo e al terzo.
Febbraio, tempo di frane e smottamenti, alluvioni e mareggiate estreme, tempo di olimpiadi, di carnevale, di Sanremo e di musica italiana, scialba, popolare nel senso più becero del termine, ruffiana e priva di anima, il periodo giusto per parlare di una band italianissima fuori dagli schemi, gli Zu! Gli Zu, band romana attiva dal 1997 con 16 dischi alle spalle, nascono, come tante altre band, dallo scioglimento e rimescolamento di formazioni precedenti, rappresentano per me il coronamento del sogno o dell’incubo di ogni musicista, essere l’incarnazione della musica che si ha nell’anima e vivere della stessa girando per il mondo suonando fino all’esaurimento fisico e psichico. Gli Zu non fanno sconti, sembrano fuori dalle logiche del mercato musicale italiano, vantano collaborazioni con musicisti di tutto il mondo e sono grandi musicisti perennemente in tour. Il loro è un genere difficilmente classificabile che mischia rock, jazz, metal, noise, sperimentazione e tanto altro, la loro musica è un vero e proprio muro sonoro ed è stato un vero piacere sbatterci contro.
Ah! Quasi dimenticavo, l’origine del nome deriva dal titolo di un album degli Swans “Die Tür ist zu” (la porta è chiusa) ed è strano vedere come questa chiusura nel proprio mondo musicale abbia spalancato le porte che li hanno condotti attraverso il mondo intero, ad aprire concerti e condividere il palco dei propri idoli.
“Ferrum Sidereum” è uno dei primi dischi usciti quest’anno, quello che ci vuole per scuotersi dal freddo dell’inverno, 11 brani per quasi 80 minuti di musica. La base strumentale è costituita da batteria basso e
sassofono, il contorno lo fanno effetti e sintetizzatori. Il resto è una devastazione sonora che si sviluppa in quelle che possiamo considerare 9 lunghe suite e un’introduzione (Perseidi) che apre al finale con il brano che porta il nome dell’album. Ritmi serrati, tempi scomposti, cambi repentini, brevi parentesi di raccoglimento che culminano in finali ossessivi. Un lavoro maestoso che si divide tra epicità e angoscia. A tratti mi hanno ricordato John Zorn, i King Crimson di Fripp, Wetton e Brufford e gli Henry Cow. C’è poco da dire, bello bello!
Ascolto consigliato per gli amanti del genere, per goderlo appieno consiglio grosse casse e volumi alti. In cuffia si apprezza di più la pulizia del suono e la cura degli strumenti ma perde di devastazione.