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#CULTURA. Il Prof. Carmelo Aliberti dedica “Il Licantropo e la Luna” a Vincenzo Consolo

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Dedicato a Vincenzo Consolo, nell’incontro con gli studenti del Liceo Classico  “Valli” di Barcellona Pozzo di  Gotto (Messina)

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IL  LICANTROPO  E  LA  LUNA

 

 

La teca verde dei Nebrodi

 

In cui fermentò il sangue  e la speranza

 

della rorida ferita dell’aprile,

 

l’aorta frastagliata d’arenaria

 

con il santuario  proteso ad inghirlandare

 

il seno della pomice e del cielo,

 

carrettieri, zolfatari, piscaturi,

 

femmine nere, picciotti disperati

 

fenici, greci, normanni e saraceni,

 

angioini pupari, santi banditi e verdurai,

 

ombre misteriche, fantasmi innamorati

 

scintillanti nel mattatoio delle zagare.

 

Licantropi che abbaiano alla luna

 

l’oro, le arance, il viola

 

distesi sui guanciali dell’azzurro

 

che tra scaglie palpitanti modula,

 

con le ombre metafisiche e i misteri,

 

“tra gli argini di malta e sabugina”,

 

cercò una  incandescenza d’aria,

 

fuggito dalla maniacale febbre

 

dell’Urbe metallica e sconvolta

 

da frastuoni  e veleni nel respiro.

 

Peregrinavi per luoghi incisi

 

nel battito del cuore,

 

dove un tempo sognavi il paradiso

 

Militello, Capo d’Orlando, Barcellona,

 

Milazzo ubriaca di ciclamini,

 

Villa Piccolo, la frescura ossigenata

 

Nebroidea, dove il tuo piede affonda

 

nel silenzio catacombale che tu aneli

 

dopo Pantalica, Villa del barone

 

che a cinquanta anni scoprì dentro di sé

 

l’anima frondosa del barocco,

 

Racalmuto, Sciascia, Nino Pino,

 

inseguivi il sogno del ritorno tra i cari amici

 

che giacevano nel cuore

 

e dentro gli ipogei della tragedia,

 

Tu, con la bufera delle sillabe,

 

calde di onde, di suoni, di memoria,

 

prigioniero di Lunaria e riottoso  del potere,

 

scandivi  nel diuturno esilio

 

i riti blasfemi dei baroni e dei Vicerè,

 

reclusi in follie di possesso,

 

squarciati  dalla perdita dell’Essere

 

e penzolanti al ramo dell’Avere.

 

Una lunga catena di amore e di odio,

 

di ferocia, di riscatti inesplosi, di sterminio.

 

A marzo nel tepore della notte

 

subliminata da mandorle e viole

 

dalle viscere infrante del Vulcano

 

brillano le luminarie a Salvatesta

 

risucchiate nel biviere di Alfarano

 

pronte a riesplodere sui lidi del Tirreno

 

nelle ferie d’agosto,

 

e rivoli di porpora ingrottati

 

straripano  nel calice del Sole

 

a seminare eccidi sull’asfalto

 

per l’uva ,i pascoli, il sentiero,

 

per l’oro giallo, bianco e nero

 

Bronte, Mylae, Termini Imerese,

 

Fantina, Ragusa, Villafranca

 

Comiso, Melilli, Gibellina,

 

Mandrazzi dove nelle orge di vento

 

che aggredisce e sibila nel vuoto

 

come un lacerante urlo  della storia,

 

tra tetti e imposte mutilati,

 

dove il Sud sognava di poter risanare

 

un vasto terreno abbandonato

 

e vivere in pace e in libertà

 

nel confortante fiato familiare.

 

Ora quell’Eden subliminare,

 

è spesso squarciato

 

dal lungo boato  del cratere in fiamme

 

e non c’è più Polifemo a far da palo

 

agli umani che brancolano nel fuoco

 

sempre acceso nell’immenso vuoto,

 

appeso alle chele del Vulcano

 

che ospita nidi di ciaule e di gufi

 

immobili  negli anni

 

attendono l’eco  di un passo umano

 

per poter fuggire lieti

 

oltre le arroventate  nubi,

 

consapevoli di aver atteso   un’ombra invano.

 

Alla stazione nella notte stralunata

 

il proscritto vagola su selciati ignoti

 

dove si frangono

 

i laceranti  concerti dell’addio

 

dentro celesti cupole di libertà perdute,

 

mentre nell’anima straziata

 

vibra dentro piaghe violentate

 

la fragranza del pane dell’infanzia

 

e il licantropo squarcia le ansimanti ombre

 

-il fiato appeso al corno della luna-

 

con lo strozzato urlo dell’ucciso.

 

Ora il tempo inanella tra le dita

 

la necropoli dei vivi di Bafia

 

dove dentro le labbra spente delle mura

 

sfavillano incaute perle di speranza,

 

in attesa del precipizio dell’aurora

 

dalle muschiose  fessure delle Rocche

 

merlate, sentinelle sull’abisso

 

tra Passo dei Lupi e Pizzo  Garamante.

 

Tu, ora emerso dai gorghi di Plumelia,

 

con la fiaccola dentro l’alveo della mente

 

ti inoltri vacillando nel mio abbraccio

 

dentro le squillanti  reliquie della storia

 

dove ancora ansimano nel cranio di pietra

 

gli echi mistici dei riti del Bosco

 

e mi sospinge con le tue creature

 

tra i lemuri superstiti del tempo

 

di questo nuovo secolo sospeso

 

alla ragnatela di ori  ripugnanti

 

e mi chiedi notizie

 

di Filippo Damante

 

dell’Orante, du Muzzu, di ‘Nzunzù

 

delle favole antiche e delle streghe

 

che popolarono le laiche chiese e i querceti

 

che ancora denudano radici

 

alle sorgenti del Longano e all’Acqua  Santa.

 

Tu mi chiedi, ansioso e disperato,  del dio

 

di quale dio confortò il dolore

 

di queste anime morte, seppellite

 

sotto la nuda gleba di Piscopo,

 

dove  ancora “Nottetempo casa per casa”

 

i piccoli falò fremono

 

di silenzio, di pianto e di preghiera

 

per le stragi che i demoni

 

dei forni  crematori compirono

 

con il fuoco della cera umana

 

che insanguinò  l’Europa

 

e che ora altri mostri del potere

 

vogliono  seppellire per sempre

 

con invisibili virus  alleati.

 

Qui, arresi tra le mura,

 

nella tregua ai piedi del Maniero

 

i disertori con un’ inestinguibile paura

 

cercano un rifugio sicuro  dal terrore

 

per sentire prosciugato anche il sangue

 

nelle vene arse

 

tra ululati  di sogni ed agonia

 

I semi incandescenti della parola

 

pietrificata nella malta e nel pantano,

 

dove solo le conchiglie lucescenti

 

si sottraggono alle menzogne della notte

 

restando in apnea invisibili nel fango,

 

in attesa che le ronde della morte

 

varchino l’implacabile furore di Acheronte

 

e le anime morte possano risorgere

 

nell’abbagliante teatro azzurro  del cielo.

 

Ora che immensi  funghi atomici

 

aggrediscono con nuvole nere

 

la visione di uno spiraglio di vita

 

ora tu cerchi tra gli avelli

 

con la luminescente  cecità di Omero

 

un flebile alito del cuore

 

che possa ridestare altra vita

 

per cancellare anche il ricordo

 

della violenza, dell’insania e dell’orrore

 

con la dolcezza della parola ripiumata.

 

E Voi,

 

nuovi credenti della sacerdotessa Artemide

 

che vento e tempesta vi sospingano

 

verso i sarcofaghi porosi di Pantalica

 

a ritessere il velo delle Grazie,

 

mentre veleggiate

 

tra gli imenei zigrinati del sapere,

 

non voltatevi indietro;

 

la città di Dite si gretola

 

dentro altri roghi di nubi tossiche,

 

e il pianeta già colmo di veleni

 

mostra segni incontrollabili

 

di agonia nel pianto delle statue

 

nelle epifanie rivelate a bimbi puri,

 

in tutti quelli che piangono

 

e nell’animo  ardono della tua carezza melica,

 

nuovo Orfeo  siciliano,

 

dolce  cantore di felici memorie e di miti.

 

Predatore salvifico di simulacri mitici,

 

stritolato un tempo anche tu

 

dall’empia diaspora del corpo dentro l’anima,

 

Ti resti vergine nella parola melica

 

l’isola perduta dell’infanzia,

 

inebriata dal fiume delle zagare

 

avvolta nell’afrore del basilico-

 

Già sul tuo etereo mare

 

che ha ingoiato i tuoi occhi innamorati,

 

piovono  le scintille limpide

 

di una nuova alba. I pesci già balzano

 

in geometrie d’amore. L’Orsa è tornata

 

a disegnare nel celeste velo

 

le perfette geometrie di un tempo,

 

il pescatore con le reti è sul molo

 

pronto e lieto di poter ripescare

 

il senso prezioso  del lavoro,

 

la gioia perduta della vita.

 

CARMELO ALIBERTI

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