Seicento grammi appena ed è già un esempio di resilienza, la piccolissima paziente niscemese che martedì all’Umberto I di Enna è stata sottoposta a un delicatissimo intervento di cardiochirurgia pediatrica: la chiusura del Dotto di Botallo.

La piccola- nata prematuramente e con condizioni estremamente delicate- è stata sottoposta con successo all’intervento eseguito dall’équipe del Centro Cardiologico Pediatrico del Mediterraneo “Bambino Gesù” dell’ospedale San Vincenzo di Taormina, guidata dal primario di cardiochirurgia pediatrica Sasha Agati insieme alla dottoressa Ines Andriani. Con loro anche Enrico Iannace, primario di cardioanestesia pediatrica, e l’infermiera specializzata Concita Scalia.
Per i bambini che nascono molto prima del tempo, il cuore e i polmoni devono imparare a lavorare insieme quando il corpo non è ancora del tutto pronto. Durante la vita fetale esiste un piccolo passaggio naturale tra due grandi vasi del cuore, chiamato dotto arterioso- o dotto di Botallo– che permette al sangue di aggirare i polmoni, ancora inattivi nel grembo materno. Dopo la nascita, con i primi respiri, questo canale dovrebbe chiudersi spontaneamente. Nei neonati estremamente prematuri, però, il processo non sempre avviene e quel passaggio rimane aperto, costringendo il cuore e i polmoni a uno sforzo eccessivo proprio quando l’organismo è più fragile.
In questo caso, quella vita pesa poco più di mezzo chilo. Lavorare su pazienti così piccoli significa muoversi in un equilibrio delicatissimo: ogni parametro vitale può cambiare rapidamente e ogni gesto chirurgico deve essere eseguito con precisione assoluta. Ma accanto alla tecnica c’è sempre una dimensione profondamente umana: la consapevolezza che dietro quei monitor e quelle incubatrici c’è una vita appena iniziata e, poco più in là, una famiglia che attende notizie con il fiato sospeso.
«Quando c’è un bambino che sta male- ha spiegato Agati- preferiamo unire le forze con gli ospedali con cui collaboriamo e raggiungere direttamente i piccoli pazienti, evitando il trasferimento che per un prematuro può rappresentare un rischio aggiuntivo. Con l’Utin di Enna esiste da tempo un rapporto di fiducia: noi eseguiamo gli interventi chirurgici e il reparto segue con grande competenza tutto il percorso post-operatorio».
Una collaborazione che negli anni si è tradotta in diversi interventi eseguiti direttamente all’interno della Terapia Intensiva Neonatale dell’ospedale ennese. Non è la prima volta, infatti, che l’équipe cardiochirurgica di Taormina raggiunge Enna per operare neonati in condizioni critiche. Già nel 2024 il team guidato da Agati intervenne all’Umberto I per salvare Aurora, una bambina nata prematuramente e sottoposta a un delicato intervento al cuore a soli diciassette giorni di vita. Un precedente che racconta bene quanto questa sinergia tra reparti sia ormai consolidata e quanto l’Utin di Enna si dedichi anima e corpo ai suoi piccoli, piccolissimi pazienti provenienti da diverse province del centro della Sicilia.
Alla base di questa collaborazione c’è una convenzione tra l’Asp di Enna e l’ospedale di Taormina, rinnovata dalla Direzione Strategica guidata dal direttore generale Mario Zappia. Non si tratta soltanto di un accordo formale: all’interno dell’Utin dell’Umberto I è stata allestita una sala operatoria dedicata, attrezzata per affrontare in sicurezza interventi di altissima complessità anche su neonati estremamente prematuri.
Il reparto di Terapia Intensiva Neonatale di Enna, del resto, negli anni è diventato un punto di riferimento che serve un bacino d’utenza ben oltre i confini provinciali, accogliendo neonati critici anche da altre province siciliane. Una realtà che ha costruito competenze, strutture e protocolli capaci di rispondere alle situazioni più delicate.
«La collaborazione con il dottor Agati e con tutta l’équipe del San Vincenzo – ha dichiarato la dottoressa Sabrina Morreale, primario dell’UTIN di Enna – è diventata nel tempo un riferimento imprescindibile. La loro professionalità è indiscutibile, ma ciò che colpisce è anche la disponibilità e la prontezza con cui rispondono ogni volta che ne abbiamo bisogno, unite a una grande umanità».
È un lavoro di squadra che spesso resta lontano dai riflettori. Mentre i medici lavorano tra incubatrici, monitor e microscopiche suture, nei corridoi dell’UTIN di Enna ci sono i genitori di questi bambini piccolissimi. Aspettano notizie, sperano, contano le ore che li dividono dalle loro creature.
In un reparto dove, oltre alla tecnologia e alle competenze, esiste qualcosa che non si può misurare con gli strumenti medici: l’umanità di chi sa cosa significa stare dall’altra parte della porta e considera il sostegno alle famiglie parte integrante della cura. E oggi, grazie a questo lavoro silenzioso e condiviso, una bambina di appena seicento grammi ha davanti una possibilità in più di crescere.



