“Tra inclusività e censura: fino a che punto il linguaggio può evolversi senza sacrificare la libertà di espressione e il senso critico?”
Si può ancora parlare chiaramente oppure rischiamo la censura del “Politicamente Corretto”?

Non si può più dire nulla o quantomeno è quello che sembra essere, sia in televisione che sui social, ma è il progresso linguistico o una sorta di museruola per chi dissente da quello che è definito “il pensiero unico” o una vera e propria “religione politica”?
Sono anni ormai che il linguaggio comune e soprattutto quello politico viene in parte censurato ed in parte aspramente criticato, per non parlare quando l’interlocutore viene aggredito verbalmente e indicato come razzista, xenofobo, femminista e chi più ne ha più ne metta.
Ma è ancora lecito manifestare il proprio pensiero o dobbiamo abituarci e adeguarci ad un linguaggio che una parte della politica vuole che si parli?
Già George Orwell nel 1946 sosteneva che il “decadimento del linguaggio fosse la conseguenza del declino politico, economico e culturale della nostra civiltà” e sicuramente aveva ragione da vendere.

“Politicamente Corretto” è una sorta di prassi comunicativa che cerca di correggere le espressioni linguistiche e culturali ritenute offensive o discriminatorie nei confronti di alcune minoranze, quindi in realtà avrebbe anche un origine nobile. Un linguaggio più rispettoso ed inclusivo nella società attuale in cui i conflitti culturali e sociali sono sempre più evidenti.
Emblematico è il dibattito sulla modifica di opere letterarie, artistiche, di film, fiabe e cartoni animati che vede alcuni propagandare l’eliminazione di termini considerati offensivi. Da un lato si sostiene che queste revisioni rendano le opere più fruibili per il pubblico moderno, dall’altro si vede come una distorsione della storia e della libertà creativa.
Ma come tutte le cose, a volte il “troppo stroppia”, cioè si passa da un estremo all’altro senza rendersi conto che si finisce per vietare una libera manifestazione di pensiero, diventando quasi come uno strumento di controllo piuttosto che di libertà.
Come possiamo ben capire, a volte il linguaggio dettato dal “Politicamente Corretto” può diventare un arma a doppio taglio. C’è chi si autocensura, chi è imbarazzato, chi dice cose che non direbbe o quantomeno le avrebbe dette in un modo diverso. Tutto questo ha come conseguenza una nuova forma di esclusione sociale, perché limita “democraticamente” le espressioni linguistiche di parte della politica e della società.
Che succede invece a chi non si adegua a questa tipologia di linguaggio? Viene boicottato, demonizzato, messo alla gogna, praticamente diventa un bersaglio. La cosiddetta “Cancel Culture”, ossia la cultura della cancellazione, del boicottaggio. Praticamente scompare il dialogo, la riflessione, il confronto, si viene per così dire: “scomunicati”.

Molte volte dietro questa tipologia di linguaggio si nasconde una profonda ipocrisia, come nel “tokenismo” e cioè quando si fanno delle operazioni superficiali e di facciata per far intendere di essere inclusivi con le minoranze, ma che in realtà non lo sono, non è un autentico rispetto delle diversità. In parole povere, la forma prevale sulla sostanza. Basta sembrare buoni, giusti e in realtà non lo si è, quindi da strumento di civiltà, inclusione e quant’altro, diventa una specie di gabbia.
In certe occasioni, il “Politicamente Corretto” ha eliminato storture, come per esempio per gli insulti, che fino a tempo fa venivano considerati “normali”. Oggi non è più così e meno male! Ma fino a che punto possiamo limitare o comprimere il linguaggio, senza che sia intaccato il senso critico e la libertà di espressione?
Sarebbe giusto trovare un “compromesso”, un punto di equilibrio in cui ognuno possa essere libero di esprimere la propria opinione, anche se scomoda, senza rischiare di essere censurato, ovviamente evitando espressioni offensive.
Perché come ha detto il politologo statunitense Walter Lippmann: “Quando tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa veramente”.
Pensare, riflettere, commentare, confrontarsi, criticare, sono il sale della civiltà e della democrazia. Anche se il “Politicamente Corretto” può dettare la strada da seguire, lo deve fare con buon senso e spirito critico, altrimenti si rischia di tornare al conformismo e si sa, una società conformista, non è una società libera.



