Continuano gli impegni internazionali di Antonio Catalfamo, docente universitario, critico, scrittore e poeta barcellonese. Recentemente è stato chiamato a relazionare al Convegno scientifico internazionale svoltosi a Tirana sul tema «40 anni di Studi Italiani all’Università di Tirana (1984-2024): memorie, riflessioni e prospettive future», organizzato dal suddetto ateneo (vedi foto) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e con L’Ambasciata Italiana a Tirana, presso la Facoltà di Lingue Straniere.


Ha introdotto i lavori la Prof.ssa Mirela Papa, Capo del Dipartimento di Italiano. Hanno rivolto un indirizzo di saluto ai convegnisti (nella foto il tavolo della Presidenza): la Prof.ssa Esmeralda Kromidha, Preside della Facoltà di Lingue Straniere; la Prof.ssa Gentiana Sharku, Vicedirettrice dell’Università di Tirana; il Dott. Sergio Alias, Primo segretario dell’Ambasciata d’Italia a Tirana; il Dott. Alessandro Ruggera, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tirana.
Il convegno ha costituito l’occasione per riflettere sullo sviluppo degli studi della lingua e della letteratura italiana in Albania nel corso degli ultimi 40 anni e anche sullo stato attuale degli studi di italianistica a livello internazionale. Sono intervenuti, in presenza o per via telematica, una cinquantina di docenti universitari e ricercatori provenienti da tutto il mondo. Gli interventi sono stati articolati in diverse sessioni e in vari «panel» tematici.

Antonio Catalfamo è intervenuto in quello dedicato agli scrittori ingiustamente sottovalutati dalla «critica ufficiale», coordinato dalla Prof.ssa Irena Lama (vedi foto), Docente ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di Tirana. Ha tenuto una relazione su «Rocco Scotellaro: il mito che si fa storia e poesia». Ha esordito sottolineando come Scotellaro non solo sia stato sottovalutato nel corso della sua breve esistenza, ma anche come tuttora persistano delle interpretazioni riduttive del valore della sua opera, tra il considerare lo scrittore lucano legato al vecchio mondo contadino e morto con esso, il rappresentarlo come incapace di emanciparsi dai modelli letterari presi in prestito (crepuscolarismo, ermetismo) e intrappolato nei due codici linguistici di riferimento (aulico e popolare), senza riuscire a fare una scelta netta tra di essi.
Antonio Catalfamo, inoltre, ha approfondito la biografia di Scotellaro, fortemente legata all’impegno politico, e il suo ruolo di intellettuale meridionale di tipo nuovo, coinvolto in prima persona nella lotta per il cambiamento economico-sociale e culturale, lungo la scia segnata da Antonio Gramsci. Catalfamo si è, indi, soffermato dettagliatamente sulla dimensione mitica dell’opera di Scotellaro. Riportiamo qui di seguito una parte della sua relazione, dedicata a questo aspetto, in quanto presenta elementi critici innovativi. È necessario, a questo punto, approfondire il rapporto che esiste nell’opera di Scotellaro tra passato e presente, storia e mito, realtà e simbolo.

Secondo il concetto di «biogeografia culturale», nel territorio di riferimento si stratificano, nei secoli, varie civiltà, con le loro specificità umane e culturali, che si assommano e che il poeta, in base a un rapporto di «corrispondenza biunivoca», determinato dal suo identificarsi con questo mondo, ha interiorizzato. Attraverso un processo fondamentalmente «razionale» e che consiste nella creazione artistica, il vecchio mito contadino penetra nel tessuto poetico-narrativo, assumendo nuove valenze simboliche, in una prospettiva progressiva, che lo proietta verso il presente e verso il futuro. L’universo simbolico contadino si arricchisce, dunque, nell’immaginario poetico, di nuovi significati progressivi. In tal senso, il mito si fa storia attuale, diventa la storia non soltanto di coloro che lo hanno creato, ma anche di coloro, in prima fila il poeta, che lo hanno Un esempio è rappresentato dalla poesia I santi contadini di Matera: «Anima di lupo antico / assassinato davanti le porte / il giorno della fame più crudele, / vicina ti ridesti a noi soffusa / nel tuono del tristo orologio / e brami pane e cipolla, e miele / all’ultima ferita del corvo. / E che strazio nell’aria le campane / che ci pungono d’aghi il nostro cuore! / Che vogliono da noi? / Fanno paura agl’innocenti / come ai fanciulli beati / gli ultimi fiati del macello. / Finitela, benedette campane! / Con questi venti nei nostri tuguri / svegliate la faccia dei morti violenti / e ci fate più lupi di prima. / E voi date una mano / perché l’avranno interrata profonda / la pupa della fattucchiera / nella Gravina che circonda / i santi contadini di Matera!».

Va precisato che nella mitologia del mondo contadino l’immagine del vento nocivo convive con quella opposta del vento buono che dà pace, in una sorta di «bifrontismo», che spesso caratterizza la cultura popolare. Scotellaro riprende, per l’appunto, le credenze popolari, presenti sia in Basilicata che in Calabria, relative a questa visione del vento nocivo, al suo veicolare gli spiriti maligni, all’impossessarsi, da parte di questi ultimi, degli uomini viventi, lasciando dei segni intangibili, dai quali è possibile liberarsi attraverso precisi riti apotropaici. Il vento, dunque, nella poesia sopra citata di Scotellaro, “anima” dello spirito dei morti ammazzati i contadini lucani e li trasforma in lupi, più feroci di quelli «antichi», pronti a lottare per il rinnovamento della società e per il superamento del sistema economico-sociale di tipo semi-feudale esistente nella loro terra.

Il mito contadino, attraverso un’operazione razionale e di costruzione poetica, assume carattere «progressivo» e acquista attualità. Ma la rappresentazione simbolica del vento, con la sua forza “animatrice”, in senso positivo o negativo, che risiede già nel nome, ha remote scaturigini, che risalgono al mondo greco classico, il quale poi ha trasmesso questa immagine mitologica al Meridione d’Italia, alla Magna Grecia. In greco, infatti, «anima» si dice «pneuma», cioè «vento», «soffio vitale». Convergono nella cultura popolare della Magna Grecia e, di riflesso, nella poesia di Scotellaro, influenze della cultura greca classica, lontani echi delle teorie della metempsicosi, della reminiscenza («anamnesi») di matrice segnatamente platonica, che assumono nuovi significati simbolici di carattere «progressivo». Non siamo in presenza di una semplice «rievocazione», ma di una «razionalizzazione», di una «riduzione a chiarezza» del mito, per usare un’espressione tanto cara a Cesare Pavese. Il poeta parte dalla realtà presente, la interiorizza, la confronta, attraverso un’analisi essenzialmente razionale, con il mondo di esperienze, consce ed inconsce, collettive ed individuali, che si è stratificato dentro di lui, risalendo anche nei secoli, ai suoi antenati contadini (i «padri»), e da questa analisi e da questo confronto emerge il significato ultimo della vita, da trasmettere agli altri uomini, per spingerli a prendere coscienza del proprio ruolo propulsivo e a lottare per una società di uomini liberi ed eguali. Il «mito», dunque, si fa «storia» attuale. Di tutto ciò è consapevole Rocco Scotellaro, tanto che, in una lettera scritta da Portici a Remo Cantoni, che si stava interessando della pubblicazione di E’ fatto giorno presso l’editore Mondadori, afferma: «La mia, mi pare, è poesia che ha bisogno di larga rappresentazione… è la scoperta di ciò che un mondo di antichissima civiltà contadina riesce a vedere nella mutata realtà delle cose… sono motivi poetici che derivano da manifestazioni, altrettanto vere e proprie di quella civiltà, disperata e buona … poesie che ripetono l’urgenza dell’amore ‒ conoscenza e comprensione, lotta e desiderio di quiete, non pietà ‒ tra gli uomini». L’amore, nelle poesie di Scotellaro, è sempre sofferto, tormentato, ma, a nostro avviso, non si può parlare di «crepuscolarismo», derivante dall’imitazione dei modelli letterari ai quali il poeta si ispirerebbe con eccessiva passività, né individuare un prevalente tono «aulico», magari con qualche piccola concessione alla “creatività” del Nostro, che emergerebbe di tanto in tanto, in «squarci» aperti nell’ambito di una costruzione prettamente “letteraria”, nel senso deteriore del termine, come scrive, in un saggio pur valido, Michele Dell’Aquila. La donna rappresentata da Scotellaro, specie quella «paesana», non è evanescente, decontestualizzata, ricalcata pedissequamente su modelli letterari, vale a dire “donna di cartapesta”. È, per converso, una donna fortemente legata alla propria terra, «la cui sensualità si esprime attraverso i sapori, i colori, i profumi familiari di una vegetazione amata e conosciuta dal poeta» (Laura Parola Sarti). È donna carnale, che racchiude in sé i tratti selvaggi del paesaggio mediterraneo e meridionale nel quale è radicata. Così la descrive Scotellaro, solo per fare qualche esempio: «Ho atteso di succhiarti / mandorla vizza / sepolta ai piedi del vecchio tronco. // Avevi tutti gli odori dei giardini / seppelliti nei fossi attorno le case; / tu sei, réseda selvaggia, che mi nutri / l’amore che cerco, che mi fai sperare. // È rimasto l’odore / della tua carne nel mio letto. / È calda così la malva / che ci teniamo ad essiccare / per i dolori dell’inverno». Questa donna ricorda quella rappresentata da Cesare Pavese nelle poesie de La terra e la morte, ispirate da Bianca Garufi, scrittrice d’origini siciliane, anch’essa descritta attingendo ai colori forti del paesaggio meridionale, dal quale proviene e del quale è concretizzazione carnale. La donna «paesana» di Scotellaro, prendendo ancora in prestito parole da Cesare Pavese, è «cosa antica / e selvaggia», racchiude in sé, al pari degli uomini, secoli di civiltà e di cultura stratificatisi nel tempo, in base al concetto di «biogeografia culturale» già enunciato. Possiamo allora concludere, alla luce di quanto detto, che la poesia di Rocco Scotellaro non è datata, né ripetitiva di modelli letterari. Essa si richiama al mito, che nella sua doppia dimensione, «regressiva» e «progressiva», come in Cesare Pavese, affronta i problemi eterni degli uomini, e diventa strumento per il cambiamento della società. Nel corso del dibattito che è seguito al suo intervento, è stato osservato che Antonio Catalfamo, essendo anch’egli poeta, è riuscito a penetrare nel profondo dell’animo di Rocco Scotellaro e a cogliere tutte le sfumature recondite della sua ispirazione poetica. La relazione di Catalfamo è stata molto seguita ed apprezzata, nonché applaudita, dagli studiosi presenti, e sarà inclusa negli atti del convegno, che saranno pubblicati nel corso del 2026.



