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CULTURA. Antonio   Catalfamo  ritira   il  Premio   «Il   Meleto   di   Guido Gozzano»

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Come abbiamo preannunciato appena avutane  notizia,  Antonio Catalfamo, poeta barcellonese, ha ottenuto il premio «Il Meleto di Guido Gozzano» per la raccolta di versi «Metamorfosi del mito». È andato ora a ritirarlo, ad Agliè, nella villa del poeta piemontese (vedi foto), chiamata, appunto, il Meleto, nell’ambito di una cerimonia molto suggestiva, svoltasi nel  giardino antistante il villino, tra personaggi in costume d’epoca (vedi foto), che hanno fatto rivivere l’ambiente in cui Gozzano concepì i suoi versi, tutt’altro che «crepuscolari», come ha sostenuto schematicamente la critica «togata», e una lettura di poesie   dello   stesso   autore,   nonché   di   brani   della   sua   corrispondenza   con  Amalia Guglielminetti ed altri interlocutori di rilievo, con sottofondo di musica classica, in sintonia con l’insieme della manifestazione.

Alla premiazione ha assistito un pubblico numeroso e qualificato (vedi foto), proveniente dall’Italia e dall’estero. La commissione era presieduta dalla prof.ssa Mariarosa Masoero (nella foto con Antonio Catalfamo), docente di Letteratura italiana all’Università di Torino, e di essa facevano   parte   autorevoli   studiosi,   come   Valter   Boggione,   anch’egli   docente   di Letteratura italiana nell’ateneo torinese, e Bruno Quaranta, giornalista di vecchia data delle pagine culturali del quotidiano «La Stampa», che ha letto la motivazione del Premio riguardante Antonio Catalfamo, che così recita: «C’è “un’ispirazione che affonda le radici nel passato più remoto dell’individuo e traduce la quintessenza della sua scoperta delle cose. […] Di esse il creatore non saprebbe dir altro se non che sono il suo mito, il suo evento unico”. È l’epigrafe ad hoc delle “Metamorfosi” di Antonio Catalfamo, una lunga fedeltà, la sua, all’interlocutore di Leucò. Quando, in particolare, come Orfeo, Cesare Pavese sapeva distogliere lo sguardo dal baratro, dal vizio assurdo. “Ero quasi perduto, e cantavo”.

Catalfamo è consapevole che almeno attraverso la parola si possa forzare la sorte, si possa far “sgorgare il miele dal favo”. Non sempre amaro come assicurava un poeta come lui siciliano, e limitrofo geograficamente, don Gesualdo Bufalino».

Non   si   tratta,   come   si   può   vedere,   della   solita   motivazione   contenente   frasi circostanziali, ma di un giudizio profondo e lusinghiero, che evidenzia la funzione che il mito greco ha nell’opera di Antonio Catalfamo, sotto l’influenza di Cesare Pavese e dei suoi   «Dialoghi   con   Leucò»,  recepita   in   maniera  assolutamente   originale,  con   una particolare rielaborazione in aderenza alla sua patria siciliana, che ha remote ma salde scaturigini   nella   Magna   Grecia,   ma   anche   della   letteratura   prettamente   siciliana, rappresentata da Gesualdo Bufalino.

La motivazione evidenzia, a quest’ultimo proposito, che in Antonio Catalfamo non troviamo, però, il pessimismo totale presente nella raccolta poetica «L’amaro miele» di Bufalino, in quanto nel poeta barcellonese, come sottolinea nella prefazione alla raccolta premiata la professoressa Wafaa A. Raouf El Beih, docente di Letteratura italiana all’Università Helwan de Il Cairo, il mito ha anche una dimensione «progressiva», «prolettica», che lo proietta verso il futuro, concretizzando il «sogno in avanti» di cui parla il filosofo Ernst Bloch, e contribuendo, in una dimensiona artistica, ma anche politica, al cambiamento della società in senso radicale.

La commissione giudicatrice ha voluto, dunque, sottolineare, il retroterra culturale dell’opera poetica di Antonio Catalfamo, che sta al di sotto dell’apparente semplicità volutamente ostentata, e che viene, però, rivissuto, umanamente e artisticamente, in termini assolutamente inediti.

Antonio Catalfamo, da parte sua, ha voluto sottolineare: «Come Rocco Scotellaro, «sindaco-poeta» di Tricarico, non considero il mio allontanamento dalla terra natia come un esilio, bensì come l’occasione per approfondire, con il distacco analitico necessario, lo studio della “questione meridionale”, lungo la linea segnata da Antonio Gramsci, per individuare soluzioni nuove funzionali alla creazione di una società di liberi ed eguali».

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