Il parco acquatico Etnaland è stato sequestrato dalla Guardia costiera di Catania nell’ambito di un’indagine avviata per “gravi violazioni di natura ambientale”. Al centro dell’inchiesta della Procura distrettuale ci sarebbe un sistema di smaltimento illecito dei rifiuti prodotti dalla struttura, che sarebbero stati bruciati e interrati in un’area adiacente al complesso. Il provvedimento, eseguito nei giorni scorsi, arriva al termine di un’indagine avviata nell’agosto 2022. Durante un sorvolo di controllo ambientale, i militari avevano individuato scavi di grandi dimensioni contenenti ingenti quantità di rifiuti. Da lì sono partiti accertamenti più approfonditi, culminati in attività di videosorveglianza.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ogni pomeriggio i rifiuti raccolti nel parco – solo in minima parte differenziati – sarebbero stati trasportati in terreni vicini. Di notte, sempre secondo l’accusa, venivano incendiati e poi seppelliti in buche appositamente scavate. Nell’area sono stati sequestrati circa 1.000 metri cubi di rifiuti, oltre ai mezzi utilizzati.Una prima misura di sequestro aveva già riguardato il terreno nel 2022. Gli accertamenti tecnici avrebbero evidenziato che le attività di combustione e “tombamento” si sarebbero protratte nel tempo, provocando un danno ambientale ancora in fase di quantificazione. Il terreno, peraltro, risulta classificato come seminativo.
L’inchiesta ha inoltre fatto emergere presunte irregolarità sul piano autorizzativo: la società avrebbe operato con una semplice autorizzazione allo scarico rilasciata dal Comune di Belpasso e scaduta nel 2019, senza rinnovo, nonostante gli ampliamenti della struttura. Le ipotesi di reato contestate al legale rappresentante e alla società includono gestione non autorizzata di rifiuti, combustione illecita, traffico organizzato di rifiuti e inquinamento ambientale.
Il complesso si estende su un’area di circa 280 mila metri quadrati, di cui 112.500 occupati dal parco meccanico. Per dimensioni complessive è considerato il più ampio parco divertimenti del Sud Italia. Realizzato dall’imprenditore Francesco Russello e inaugurato nel 2013 a pochi chilometri da Catania, sorge in un’area rurale alle pendici dell’Etna, in un contesto paesaggistico che guarda verso la costa.
La struttura rappresenta da anni un punto di riferimento per il turismo e l’intrattenimento della Sicilia orientale, con un impatto significativo sull’indotto locale. Proprio per questo il provvedimento di sequestro apre una fase delicata, non solo sul piano giudiziario ma anche sotto il profilo economico e occupazionale; al momento i lavoratori attivi sono 247.
“Non siamo intervenuti perché vogliamo fermare le attività economiche, che anzi ben vengano: il territorio ha bisogno di turismo”. Lo ha detto il procuratore capo di Catania, Francesco Curcio, a margine della conferenza stampa convocata per illustrare i dettagli dell’operazione che ha portato al sequestro preventivo del parco acquatico Etnaland di Belpasso, uno dei più grandi della Sicilia e meta ogni anno di centinaia di migliaia di visitatori.
“Ma queste attività – ha sottolineato Curcio – devono svolgersi in modo compatibile con l’ambiente, rispettando le norme a tutela dei cittadini e della salute pubblica”. L’indagine, avviata nel 2022, ha accertato – secondo l’ipotesi accusatoria – che i rifiuti prodotti dalla struttura venivano dati alle fiamme in un terreno contiguo al parco e poi sotterrati.
La procura ha contestato inoltre la gestione non autorizzata di rifiuti, anche speciali, la combustione illecita, l’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti e l’inquinamento ambientale. Nel procedimento risultano indagati l’imprenditore Francesco Andrea Russello e la società Etnaland srl.
Curcio ha respinto l’idea che si tratti di un episodio isolato o di una violazione occasionale: “Non parliamo di un fatto avvenuto una notte, approfittando del buio. Parliamo di condotte che, se saranno confermate nelle successive fasi del giudizio, andavano avanti da anni”.
Il quadro delineato dagli inquirenti è pesante: “Parliamo – ha detto ancora – di uno strato di circa nove metri di rifiuti smaltiti illegalmente nei pressi dell’azienda. Parliamo di una totale mancanza di depurazione delle acque, che venivano smaltite in un laghetto artificiale. Parliamo di un’attività macroscopica, non di una piccola azienda, ma forse della più importante del posto, che probabilmente doveva essere monitorata prima da chi ha funzioni amministrative”.
Particolare attenzione è stata dedicata alla gestione delle acque delle piscine. Spiega Curcio: “Si tratta di una struttura con 10, 15, forse 20 vasche. Ognuna deve essere trattata con sostanze chimiche per garantire la sicurezza dei bagnanti. Ma poi quelle acque devono essere smaltite correttamente: non possono essere gettate sul terreno, devono essere depurate e immesse nel ciclo legale dei rifiuti”.
Secondo la procura, questo però non avveniva. “Le acque non venivano regolarmente immesse nel circuito previsto, ma smaltite illecitamente in un laghetto artificiale”, ha detto Curcio. Precisando che “non c’era un pericolo per chi faceva il bagno nelle piscine. Il rischio era per l’ambiente”. Un danno tanto più grave se si considera che la struttura registra “quattrocento, cinquecentomila presenze a stagione”, con una conseguente produzione massiccia di rifiuti.
Quanto alla riapertura del parco acquatico, Curcio è netto: Etnaland potrà tornare operativa solo a precise condizioni. Ciò avverrà “quando si sarà messa completamente in regola dal punto di vista amministrativo, perché a nostro avviso mancano le autorizzazioni necessarie. Non basta mettersi in regola per il futuro. Bisogna prima bonificare e riparare ai danni ambientali che riteniamo siano stati fatti e che sono di una certa gravità”.



