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Quando chiedere diventa teatro: il voto simbolico dell’ARS sui fondi del Ponte

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L’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato, con voto segreto e contro il parere del Governo regionale, un ordine del giorno che invita il Governo nazionale a utilizzare i 5,3 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione destinati al Ponte sullo Stretto per affrontare i danni provocati dal ciclone Harry e dalla frana di Niscemi.
Letta così, la notizia potrebbe sembrare un gesto di buon senso: la politica che finalmente mette al centro i cittadini e il territorio.
Peccato che la realtà normativa e contabile racconti un’altra storia: una storia di teatro politico, di pantomima istituzionale e, soprattutto, di illusionismo mediatico a spese dei territori colpiti.
Il primo nodo da sciogliere è concettuale: la Regione non può disporre di quei fondi. Può solo chiedere al Governo nazionale di riprogrammarli, ma nella fattispecie chi ha inventato questa “sceneggiata” sa bene che non sarà possibile (ma il normale cittadino no e, quindi, si dà il via allo spettacolo, pane quotidiano di chi fa politica con il populismo più becero).
Ed è qui che inizia la commedia. Il Governo nazionale, infatti, non è un rubinetto che si apre a piacimento: i 5,3 miliardi sono parte del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), disciplinato dal d.lgs. n. 88 del 2011. Si tratta di risorse vincolate, inserite in una programmazione pluriennale, sottoposte a monitoraggio e rendicontazione rigorosa. Il FSC non è un bancomat regionale, ma uno strumento di politica economica nazionale, la cui riallocazione richiede delibere CIPESS, intese Stato–Regione formalizzate e, spesso, modifiche legislative ad hoc.
In altre parole: l’ordine del giorno non crea soldi, non li sposta, non li assegna. È una istanza politica che, in termini giuridici, equivale a un “gentile suggerimento” rivolto al Governo. Il tutto con il sottofondo implicito: “Se non ci dai i soldi, sei cattivo e insensibile”. Un messaggio che funziona benissimo in comunicazione, ma che non cambia di una virgola la realtà contabile e normativa.
Dal punto di vista della contabilità pubblica, il quadro è altrettanto chiaro. La legge n. 196 del 2009 (legge di contabilità e finanza pubblica) impone principi inderogabili di programmazione, equilibrio e copertura finanziaria. I fondi FSC incidono sui saldi di finanza pubblica e sull’indebitamento netto dello Stato. Qualsiasi riallocazione richiede nuove delibere CIPESS, integrazioni alla legge di bilancio o decreti-legge specifici. Tradotto: non si spostano perché “lo vota l’ARS”. Lo Stato non funziona così.
E non finisce qui. Le risorse FSC destinate al Ponte sullo Stretto sono state inserite in un complesso quadro di intese Stato–Regione e cronoprogrammi, formalizzate nelle delibere CIPESS n. 1/2022 e successive relative alla programmazione FSC 2021–2027. Le obbligazioni giuridiche già assunte vincolano l’allocazione dei fondi. Modificarle senza procedura normativa creerebbe contenziosi e possibili profili di responsabilità erariale, di certo non consigliabili a chi ha un minimo senso della realtà.
Per affrontare le emergenze, la normativa prevede strumenti concreti. Il Codice della Protezione Civile (d.lgs. n. 1/2018) istituisce il Fondo per le emergenze nazionali, pensato per eventi come cicloni, frane e alluvioni. Il Governo può attivare decreti-legge emergenziali o rimodulare fondi non vincolati, oppure utilizzare anticipazioni di cassa ai sensi dell’articolo 42 del d.lgs. n. 118/2011. Strade complesse, richiedono competenza e responsabilità, ma sono reali. L’ordine del giorno dell’ARS, invece, sceglie la via più semplice: chiedere ciò che sa già impossibile.
Non sorprende, quindi, che il voto sia diventato un esercizio di teatro politico. Si possono leggere le dichiarazioni trionfanti, si possono applaudire i numeri: 32 favorevoli, 24 contrari. Si può persino gridare alla vittoria civica. Ma la sostanza normativa resta implacabile: Roma dirà no, perché non può fare altrimenti. E quando arriverà il “no”, qualcuno potrà accusare il Governo nazionale di cinismo e insensibilità.
Ma il vero cinismo, quello concreto, è stato messo in scena in Aula: promettere ciò che si sa con certezza che non si possa mantenere, fare propaganda sulle emergenze e spostare l’attenzione dalla vera gestione delle risorse.
Il paradosso è evidente: il Ponte sullo Stretto diventa il bancomat simbolico della politica siciliana. Non serve a nulla, ma funziona perfettamente a livello di comunicazione. Una risorsa inaccessibile diventa icona di ogni retorica sulla sicurezza, mentre i cittadini colpiti da cicloni e frane rimangono in attesa di soluzioni concrete. Si promette ciò che non si può dare, e si finge che questo basti a dimostrare attenzione.
In sintesi, chi legge il testo normativo e contabile non può non sorridere: le delibere CIPESS, la legge 196/2009, il Codice della Protezione Civile, le intese Stato–Regione, le anticipazioni di cassa e le variazioni di bilancio indicano tutti lo stesso punto: i fondi FSC hanno una destinazione precisa, non sono disponibili per iniziative simboliche e il Governo nazionale non può semplicemente deciderne l’uso su impulso di un ordine del giorno regionale.
Tutto il resto è teatro, con applausi e proclami a spese della realtà e della sicurezza dei cittadini.
In conclusione: la politica siciliana, con questa mossa, ha dimostrato di saper fare spettacolo, ma non di saper risolvere problemi concreti.
L’ordine del giorno non sposta un euro, non mette in sicurezza un territorio e non ricostruisce case o strade. Produce applausi e titoli, e lascia ai cittadini la certezza amara che, quando contano norme e contabilità, il teatro finisce e restano solo i danni da riparare.

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(Vicky Amendolia – SD e Letterio Grasso -Azione)

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