Recensioni al primo ascolto, se serve pure al secondo e al terzo.
Era il 1984 quando il regista Rob Reiner fece uscire uno pseudo documentario (mockumentary) sulla ascesa è il declino di una delle più grandi band hard rock degli anni 80, gli Spinal Tap, che si scrive con l’umlaut sulla lettera “n”. Una meravigliosa perculata delle band hard rock e metal del periodo, e non solo. Dopo l’uscita del film molte band si ritrovarono pienamente in quello che veniva raccontato sulla pellicola. Se volete farvi quattro risate dovete assolutamente guardarlo, anche se disponibile solo in inglese con sottotitoli in italiano. Il vero paradosso è quello che succede dopo, la pellicola di per se fu un flop, ma con gli anni divenne un vero e proprio film di culto, non solo, gli Spinal Tap cominciarono a vivere di vita propria e fu così che i personaggi David St. Hubbins, Nigel Tufnel e Derek Smalls si ritrovarono su grandi palchi ad essere co-protagonisti di eventi internazionali. Poi ditemi voi quale band si può vantare di essere stata accompagnata da David Gilmour, Paul McCartney, Elthon John, i Metallica, Gregg Bissonette. Di aver fatto un pezzo live con oltre 10 bassisti nella line up (Big Bottom, pezzo che nasce per batteria e 3 bassi) al Live Heart di Londra del 2007, di avere amplificatori per chitarra con potenziometri che arrivano fino a 11, di avere il primato di aver avuto 24 batteristi di cui almeno sei deceduti in tour (motivo per il quale nessun
batterista vuole impegnarsi con loro).
Nel 2025, 41 anni dopo, esce il loro secondo film accompagnato dal loro quarto album “The End Continues”.
Dicevamo, il succo della storia è semplice, gli Spinal Tap sono ormai settantenni che hanno più o meno appeso gli strumenti al chiodo, la storia del film gira intorno all’obbligo contrattuale mai assolto di dover
tenere un ultimo concerto, così la band si rimette in gioco per la loro ultima (?) esibizione. Il risultato è un secondo pseudo documentario, molto meno coinvolgente rispetto al primo, ed un album da 35 minuti con diversi pezzi vecchi e nuovi, quasi tutti a firma degli stessi attori (ormai musicisti di fatto) e del regista. Il risultato è un disco hardglamrock nostalgico che glorifica la vecchiaia, il ritorno al rockeggiare (Let’ just rock again, Rockin’ in the urn) e il ricordo dei tempi andati. Ospiti d’eccezione Elton John (Flower people, Stonehenge) e Sir Paul McCartney (Cups and Cakes).
Qualcosa nel loro modo di suonare mi porterà sempre a pensare ai Blue Oyster Cult.
Alla fine dell’ascolto rimane un solo interrogativo, c’era proprio bisogno di un disco del genere?
Credo che la risposta sia semplicemente “ni”. Se ne consiglio l’ascolto? “ni” con l’umlaut sulla lettera n.
(TadDJ)
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