Si è conclusa con cinque condanne l’udienza preliminare davanti al gup Alessandra Di Fresco, relativa a uno dei filoni dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che negli anni scorsi aveva acceso l’attenzione su presunti interessi della criminalità organizzata barcellonese nel settore edilizio, proprio durante il boom degli incentivi statali nel periodo del Covid.


Si tratta del secondo capitolo di una vicenda investigativa più ampia, già approdata in passato ad altri sviluppi giudiziari, che ha ricostruito un sistema ritenuto capace di inserirsi nel circuito economico delle ristrutturazioni agevolate di immobili relativo al Superbonus del 110%.
Alla sbarra Mariano e Salvatore Foti, padre e figlio di Milazzo, insieme a Fabio Gaipa, originario di Berna, in Svizzera, e residente a Furnari, Tindaro Mario Ilacqua, originario di Santa Lucia del Mela, e Tindaro Pantè di Barcellona . Il giudice ha inflitto 10 anni di reclusione a Salvatore Foti, 8 anni a Gaipa e Ilacqua, 12 anni a Pantè e 4 anni a Mariano Foti, rimodulando in parte le richieste avanzate dall’accusa nel novembre 2025.
Ad assistere ieri gli imputati gli avvocati Salvatore Silvestro, Filippo Barbera, Sebastiano Campanella, Giovanni Cicala, tino Celi, Carlo Morace e Francesca Giuffrè.

Furono i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina, nel dicembre del 2024, ad eseguire l’ordinanza cautelare siglata dalla gip di Messina Simona Finocchiaro, dopo l’indagine coordinata dall’allora procuratore aggiunto Vito Di Giorgio con i sostituti della Distrettuale antimafia Fabrizio Monaco, Francesco Massara e Antonella Fradà.
Globalmente furono otto gli indagati iniziali dell’inchiesta: Mariano Calderone, di Milazzo; Salvatore e Mariano Foti; Fabio Gaipa; Tindaro Mario Ilacqua; Giuseppe Impallomeni, di Milazzo e residente a Barcellona; Fortunato Micalizzi, originario di Messina e residente a Nizza; Tindaro Pantè e Giovanni Pantè, padre e figlio, di Barcellona. E furono due le misure cautelari restrittive decise dalla gip Finocchiaro, con la detenzione in carcere per Salvatore Foti e Tindaro Pantè, mentre per tutti gli altri non fu deciso alcun provvedimento restrittivo. Per entrambi, Salvatore Foti e Tindaro Pantè, la gip ritenne sussistente l’accusa di associazione di tipo mafioso, e per il solo Pantè anche il “trasferimento fraudolento dei beni, aggravato dalle finalità mafiose”



