Domenica 22 marzo all’Auditorium del Parco Urbano “Maggiore La Rosa”, grazie alla FIDAPA sez. di Barcellona Pozzo di Gotto, un pubblico attento ed empatico, ha ascoltato con interesse le riflessioni sullo studio condotto dalla prof.ssa e ricercatrice Silvia Freiles, edito da Leo Olschki dal titolo “Bartolo Cattafi fra Libro di poesia e Libro d’arte”.


Il saggio è frutto di una ricerca impegnativa e raffinata sul doppio talento del poeta, tra i più importanti del secondo ‘900, di Barcellona Pozzo di Gotto. Dagli studi della Freiles emerge che per il poeta l’immagine è pensiero. Bartolo Cattafi ancor prima di iniziare seriamente a scrivere, amava l’arte, dipingeva, disegnava, visitava mostre di autori contemporanei; durante l’adolescenza fu a contatto con ambienti d’ispirazione e d’arte futurista, rimanendone pregno, e durante tutta la sua esistenza ebbe frequentazioni con pittori e scultori a lui contemporanei, sviluppando un talento “multiplo” fino al momento in cui sentì che in lui l’immagine diveniva parola, così come ha ricordato Nino Sottile Zumbo disquisendo sulla dichiarazione di Cattafi “Per fare poesia può servire anche l’inchiostro” se è vero che per il poeta la pittura è una poesia muta e la poesia è un’immagine parlante.

La Freiles ha colto questa doppia capacità, doppio talento dell’artista nel rappresentare la vita tra la capacità visiva del pittore e la poiesis letteraria; lo testimonia il fatto che spesso scrisse dopo avere osservato opere di pittori di cui citava nei versi oggetti o soggetti raffigurati, ad esempio “la bottiglia di Morandi”; così come avvertiva il fascino del surrealismo di Magritte o del simbolismo, ma in maniera indipendente condividendo l’idea che l’immagine si realizzi mentre il poeta la descrive, come quando il pittore la ricrea, forse sotto influsso di un certo automatismo o nell’istante dell’esplosione della parola che diventa immagine. Il doppio talento, per meglio dire, il multiplo talento, lo condusse ulissiacamente ad esplorare rappresentazioni della realtà anche attraverso l’azione fotografica e l’osservazione di espressioni artistiche polimateriche anche ripensando a Luca Crippa, suo amico e sodale, ai suoi assemblaggi; infatti si parla di forza poietica, germinativa, capace di incollare le cose che Cattafi traspone nelle immagini poetiche, quando afferma che la poesia si fa con le mani; ed ecco che troviamo nei versi l’accumulazione, la triade di aggettivi o participi, i nomi giustapposti per asindeto, in particolare ne “L’aria secca del fuoco” ad esempio.

A lui provengono ispirazioni miste, da Breton, Crippa, Sommaruga, Carmassi, e da loro trae i suoi montaggi di parole in un’osmosi tra il lessico del fare e quello scrittorio mosso dal “doppio talento”. Lo si nota ogni volta che si esprime con frasi e locuzioni che richiamano tecniche pittoriche o acquerellistiche come “scolorire i miei versi”, o in “Quando esco di mente” ha ancora la visione delle opere di Dalì e pensa all’uomo come orologio da cui sono scappate le lancette. Per Cattafi, la poesia è l’unico modo per stare al mondo (Carlo Bo) ed è giunta dopo il disegno; di lui restano fotografie, disegni, oli di varia ispirazione, in alcuni è spesso presente l’eco futurista: la macchina, la velocità, il movimento ripreso nell’essenzialità delle linee. Anche i film gli provocavano una risposta creativa in versi; l’immagine si traduceva in parola, talvolta inafferrabile, talaltra concreta e dura, versi contaminati dalla realtà, la sua che è intesa come concreta, ma spesso inafferrabile, ed espressa in tutti i codici del contemporaneo; per questo il suo doppio o multiplo talento ha generato una poesia che è novecentesca, ma che si è spinta molto oltre, che è giunta ai nostri giorni e che può dialogare senza esitazioni con la molteplice e fluida realtà del terzo millennio.
(Giulia M. Sidoti)



