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Montemaggiore Belsito, il grano che profuma di memoria.

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La mietitura torna a colorare d’oro le colline, di Montemaggiore Belsito. Tra mani segnate, sudore e canti antichi, il paese celebra il rito che da secoli lega la terra alla sua gente.

 

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Montemaggiore Belsito si risveglia. Non è solo la primavera a farlo, ma l’oro che avanza lento sulle colline, un’onda silenziosa che preannuncia la mietitura. Alle prime luci dell’alba, quando l’aria è ancora fresca e l’odore della terra bagnata si mescola a quello del fieno appena tagliato, i campi riprendono vita.

Una tradizione che non si spezza.

La coltivazione del grano qui è cultura prima ancora che economia. Si semina a ottobre, quando le prime piogge ammorbidiscono la terra rossa delle Madonie. Si aspetta, si osserva, si parla al campo come si parla a un figlio. “Se il grano cresce bene, è perché la terra si sente amata”, dicono le donne del paese, che ancora oggi preparano le cuccìa, e il pane di casa con la farina macinata al mulino del fiume.

La trasformazione è lenta, rispettosa. Dal chicco alla spiga, dalla spiga al covone. Montemaggiore Belsito, il grano che profuma di memoria. La mietitura torna a colorare d’oro le colline. Tra mani segnate, sudore e canti antichi, il paese celebra il rito che da secoli lega la terra alla sua gente.

MONTEMAGGIORE BELSITO: È maggio quando Montemaggiore Belsito si risveglia. Non è solo la primavera a farlo, ma l’oro che avanza lento sulle colline, un’onda silenziosa che preannuncia la mietitura. Alle prime luci dell’alba, quando l’aria è ancora fresca e l’odore della terra bagnata si mescola a quello del fieno appena tagliato, i campi riprendono vita.

Qui la mietitura non è un lavoro. È una festa, un rito, un patto non scritto che si rinnova da generazioni.

Le mani sulla terra, gli occhi sul cielo

A guidare le mietitrebbie moderne ci sono spesso nipoti e pronipoti di chi, fino a pochi decenni fa, tagliava il grano a mano con la falce. Le lame brillano ancora oggi, appese nei cortili delle masserie, come a ricordare che la fatica non si dimentica. Si onora.

“Mio nonno diceva che il grano non si raccoglie, si ringrazia”, racconta Antonio, 68 anni, le mani dure come corteccia, segnate da solchi che raccontano più di qualsiasi parola. “Quando senti il profumo del grano caldo sotto il sole, capisci che stai toccando qualcosa di sacro. È il pane di domani, ma è anche il sudore di ieri”.

Il profumo è inconfondibile: caldo, dolce, con quella punta terrosa che sa di campagna vera. Si attacca ai vestiti, ai capelli, alla pelle. È il profumo di Montemaggiore Belsito a maggio.

Una tradizione che non si spezza

La coltivazione del grano qui è cultura prima ancora che economia. Si semina a ottobre, quando le prime piogge ammorbidiscono la terra rossa delle Madonie. Si aspetta, si osserva, si parla al campo come si parla a un figlio. “Se il grano cresce bene, è perché la terra si sente amata”, dicono le donne del paese, che ancora oggi preparano le _cuccìa_ e il pane di casa con la farina macinata al mulino del fiume.

La trasformazione è lenta, rispettosa. Dal chicco alla spiga, dalla spiga al covone, dal covone alla trebbiatura. Un tempo si batteva il grano nell’aia, tutti insieme, al ritmo dei canti di lavoro. Oggi le macchine fanno più in fretta, ma dopo la trebbiatura la comunità si ritrova lo stesso. Perché il senso non è nella velocità, è nello stare insieme.

Dal grano nasce il pane, la pasta, i dolci delle feste. Nasce il sostentamento, ma nasce anche l’identità. Non c’è famiglia a Montemaggiore Belsito che non conservi un sacco di farina “buona”, quella tenuta da parte per le occasioni importanti.

Il colore della terra, il colore della gente

Guardare i campi di grano a maggio è guardare Montemaggiore Belsito allo specchio. Il giallo-oro delle spighe mature si confonde con il rosso della terra, con il verde degli ulivi che fanno da cornice, con il blu intenso del cielo siciliano. È un quadro che cambia ogni ora, seguendo il sole.

E sono i colori delle persone. Volti bruciati dal sole, occhi chiari di chi ha passato la vita a guardare l’orizzonte, mani callose che sanno accarezzare una spiga senza spezzarla. La fatica c’è, inutile negarlo. Il caldo di maggio picchia forte, la schiena duole, la polvere entra ovunque. Ma nessuno si lamenta. Perché in quella fatica c’è amore. Amore per una terra che non tradisce mai chi la lavora con rispetto.

Una comunità che si riconosce nel grano,

A Montemaggiore Belsito la mietitura è anche memoria. I nonni raccontano ai nipoti di quando si dormiva nei pagliai, di quando la trebbiatura durava tre giorni e tre notti, di quando il primo covone si portava in chiesa per benedirlo. I bambini corrono tra le balle di fieno, imparando senza accorgersene che da lì viene il pane che mangiano ogni giorno.

“La terra non si eredita dai padri, si prende in prestito dai figli”, è una frase che si sente ripetere spesso al bar della piazza, tra un caffè e una chiacchiera. Ed è questo il senso della mietitura qui: non è un punto di arrivo, è un passaggio di testimone.

Quando il grano viene raccolto e i campi restano nudi, non c’è tristezza. C’è soddisfazione. Perché si sa che quel grano diventerà cibo, diventerà vita, diventerà storia da raccontare l’anno prossimo.

E a maggio, mentre il vento fa ondeggiare le ultime spighe rimaste ai margini del campo. Montemaggiore Belsito si ferma un momento. Respira. E ringrazia.

Perché finché ci sarà grano da mietere, ci sarà una comunità che sa chi è, da dove viene, e dove vuole andare.

(Giuseppe Mesi)

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