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L’ARTE che incanta IL BORGO: a Castroreale IL “MAGICO VIAGGIO” di STEFANO DONATO

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​Successo straordinario per la mostra personale del maestro al Museo Civico. Tra poesia, paesaggi isolani e la donazione dell’opera alla città, il celebre artista celebra un mese da incorniciare dopo il conferimento dell’International Career Award 2026 a Palazzo dei Normanni.

 

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​CASTROREALE – Un’esperienza immersiva tra le luci, le atmosfere e le suggestioni della Sicilia più autentica: si è conclusa con uno straordinario riscontro di pubblico e critica la mostra personale del maestro Stefano Donato, dal titolo “Magia di un Viaggio”, allestita dal 6 al 17 settembre 2026 nelle prestigiose sale del Museo Civico di Castroreale.

​L’evento inaugurale, svoltosi domenica 6 settembre, ha visto la partecipazione di figure di spicco del panorama culturale del territorio. Tra i momenti salienti, l’intervento dell’Assessore alla Cultura e Vicesindaco Chiara Giuttari, le riflessioni poetiche del critico Giuseppe Ruggeri e l’indirizzo di saluto della presidente della Pro Loco “Artemisia”, Mariella Sclafani.

A tracciare un profilo profondo e accurato dell’evoluzione artistica di Donato è stata la Prof.ssa Giulia Maria Sidoti, critica d’arte, che ha saputo illustrare con profonda competenza professionale la raffinata matrice scenografica e la sensibilità cromatica del pittore.
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​A suggellare un legame profondo con la comunità, l’artista ha scelto di fare omaggio alla città di Castroreale di una delle sue opere più suggestive, intitolata “Tramonto da Castroreale”.
​Ispirato dall’accoglienza e dalla bellezza del luogo, il maestro Donato ha espresso parole di viva gratitudine:
​«Con la donazione di questa mia opera al Comune si conclude il mio magico viaggio in uno dei borghi più belli d’Italia. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento alla Vicesindaco Chiara Giuttari, alla Prof.ssa Mariella Sclafani, alla critica Giulia Maria Sidoti — che ha illustrato le mie opere con grande attenzione e competenza — e al Prof. Giuseppe Ruggeri, capace di cogliere poeticamente le mie vibrazioni interiori. Un grazie sincero va anche a tutti coloro che hanno contribuito a rendere davvero magico questo percorso.»
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​L’esposizione ha rappresentato una vera e propria antologica di emozioni: dalle scogliere di Scilla ai profumi delle Eolie, fino ai tetti e ai silenziosi borghi dell’entroterra, la pittura di Stefano Donato — ricca di echi del suo passato da scenografo accanto a maestri del cinema come Rosi e Antonioni — ha saputo incantare i visitatori guidandoli in una dimensione sospesa tra memoria e sogno.

​Per il maestro si chiude così un mese di settembre straordinario, coronato lo scorso 24 settembre 2026 nella prestigiosa Sala Gialla “Piersanti Mattarella” di Palazzo dei Normanni a Palermo, dove gli è stato conferito il prestigioso “International Career Award 2026”, riconoscimento che consacra una carriera artistica di altissimo profilo nel panorama contemporaneo.

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LA RECENSIONE

Stefano Donato “Magia di un viaggio”

L’arte di Stefano Donato è frutto di studi e frequentazioni artistiche di rilievo, soprattutto negli anni ’70, quando a Messina apprendeva dal Maestro Alfredo Brancato e a Roma, dopo l’Accademia, iniziava a collaborare con l’architetto Andrea Crisanti ad alcune scenografie per il cinema ed il teatro che lo avrebbero condotto a lavorare con grandi registi del calibro di Francesco Rosi e Michelangelo Antonioni. L’impronta scenografica è un elemento percepibile nelle sue opere, spesso connotate da atmosfere particolari e da luci talvolta brillanti, altre soffuse, ma sempre perfuse da un non so che di sognante, non del tutto reale, senza essere surreale nel soggetto. Paesaggi o cose sono dipinti, quasi interpretati, in modo ovattato, i colori anche quelli forti, non sono mai violenti, come se il ricordo o qualche strana forma di nostalgia o forse dolce e poetica indolenza, fosse l’ispirazione che sottende ai suoi dipinti. In “Magia di un viaggio” tutto ciò si coglie chiaramente, tra le luci e le ombre dei tramonti siciliani, nelle ambientazioni di mercati di guttusiana memoria e ancor meglio tra l’ocra di borghi rurali o storici dai colori che ricordano le calde tonalità di un Chinnici. Da Scilla, con le sue mareggiate, in movimento d’acque, ripreso ad arte nell’infrangersi sulle rocce, immedesimandosi nel gabbiano innamorato su scuri scogli al tramonto in un paesaggio quasi lunare, ascoltando nello Stretto i sussurri e le grida dei pescispada, attraversando le Eolie, assaporando le alici, linee di freschezza in sinestesia di odore di limone e di mare, con lo sfondo dell’antico e amato promontorio del Tindari, l’artista completa il viaggio e ritorna a Villa Arangia, forse l’origine prima del suo nascere e divenire. L’arte di Donato non è solo pittura, ma magico percorso di un divenire e maturare artistico e umano di delicato, ma intenso vissuto.

Inizia il percorso con “Estate a Scilla” olio su tela, in cui inserisce l’elemento antropico, agglomerato armonico di tetti e case in un’amena cornice paesaggistica tra il celeste del cielo schiarito dalle nuvole bianche e l’azzurro del mare con scogli scuri che emergono in contrasto.

Nei due oli che ritraggono la “Mareggiata a Scilla” è il movimento delle onde che si rifrangono sulle rocce e sulla costruzione addossata alla parete rocciosa, a dare l’idea poetica del vento che anima e discolora le acque marine, con sfumature impresse da sapienti pennellate di olii che rendono, con tocco leggero e minuto, la violenza degli elementi, coniugando così una tecnica serena ad una natura ritratta in tempesta.

Il “Castello di Scilla” presenta un tocco materico e più deciso: l’antica struttura si erge imponente su una roccia trapuntata di verdi arbusti mediterranei; il cielo blu in alto degrada di tono fino al giallo dell’orizzonte e i toni del mare alla base, tra il blu ed il verde acqua donano un’interpretazione personale di paesaggio ritratto con maggiore impiego di colore, quasi ad imporre il senso di autorità e di rispetto del monumento.

Anche per Chianalea i colori si fanno più intensi ed il blu del mare rapisce e coinvolge chi osserva la scenografia di un panorama mozzafiato. Gli abbinamenti mediterranei del verde turchese con il verde acqua, il giallo delle sabbie, le vegetazioni rese azzurrine dal riverbero del cielo sui promontori, conferiscono una luminosità cristallina, d’un cromatismo rilassante e fresco che rivela l’ammirazione dell’artista per la magia del Mediterraneo.

L’ anfratto di rocce protese sul mare spicca sullo sfondo di nuvole bianche sovrastate da un lieve cielo surreale in violetto; piove sugli scogli una luce che diversifica ed esalta gli elementi della terra resi da geometrici massi fortemente illuminati da un giallo solare e dal mare che, con tecnica d’eco puntinista, rende la limpida freschezza dell’acqua di scoglio.

Da Scilla passa poi allo Stretto di Messina con “Sussurri e grida” opera che ricorda la leggendaria canzone di Modugno in cui si narra del pescespada innamorato al quale uccidono la compagna e da questo si evince il termine “sussurri” intesi d’amore e “grida” quelle del dolore e della disperazione. Ritratti sulla feluca i due amanti giacciono distesi l’uno accanto all’altro uniti da un destino comune voluto anche dal maschio che si lascia prendere per morire e restare accanto alla compagna.

Continua la teoria di sensazioni con la sinestesia del profumo delle alici snelle e luccicanti e del limone, sinestesia di odori e sapori immaginati e di colori che inebriano la vista che si sprigiona anche da una tavola con del pesce eoliano in un’altra opera a simil tema.

Continua il viaggio nella magica atmosfera delle eolie con le case bianche affiancate da pini marittimi con il vulcano sullo sfondo e quelle affacciate sul porto di notte, immerse nei toni crepuscolari del blu dalle luci come occhi che guardano dalle finestre e che si increspano, diverse e meandri vari sul mare notturno; sono un inno pittorico alla bianca luna che irradia la sua luce opalescente tra le nuvole che la circondano. Colori e atmosfere rarefatte come incanti onirici. Le sfumature rese a meandri leggeri tocchi di pennellate sono eseguite con la stessa tecnica di quelle solari del “Tramonto alle Eolie”, in cui i tratti ci consegnano un altro genere di crepuscolo, in chiaro, anch’esso come sognato eppure reale e riconoscibile in quei paesaggi isolani. Superbo lo Stromboli ripreso in perenne eruzione con una sciara di rosso fuoco che si riflette sul mare di notte. Il contrasto tra il rosso del fuoco ed il blu del cielo e del mare producono un effetto incantato soprattutto nell’esplosione del meandro che nebulizza nubi incandescenti e, in basso a destra, piccolissime, a sottolineare la maestosità del vulcano, le luci di minuscole case.

E ancora il mare di notte ci narra di un” gabbiano innamorato”, forse un po’ autobiografico, che su meandri scogli si erge con uno sfondo a destra, di un sole ocra iridescente a cui fa da contrasto il monte bluastro del promontorio del Tindari.

Il magico viaggio continua tra cose ritrovate e cose nuove, per terra, con una visita al teatro greco da cui l’artista osserva l’Etna, il totem identitario suo e di ogni siciliano. Colori perfettamente armonizzati in un tripudio di luci che emanano riflessi dall’interno di se stesse e dalle costruzioni del Teatro greco e dal mare del golfo. Lo stesso teatro è altrove ritratto da vicino, sotto la luce della luna che si insinua tra i ruderi, di notevole effetto scenografico con un punto d’incontro delle linee che sembrano puntare al fuoco del crateri del Mongibello sovrastato dalla luna. La ricerca delle proprie origini e della identità personale e sentimentale, ispirata da una melanconica e talvolta ammaliante nostalgia, conduce Stefano e le sue pitture presso la quiete assolata dei borghi color ocra e del verde degli agrumeti delle campagne siciliane, avvolti da una luce ovattata e soffusa che ricorda la maniera dei pittori isolani degli anni ’70, poetici e realistici al tempo stesso. Contrasti di volumi, di tonalità chiare e scure colori e cose tutte patinate di una nostalgia che le avvolge e dalla vana e consapevole speranza di ritrovare tutto come una volta, ma che in ogni caso, permette di ritrovare se stessi.

Castroreale e Villa Arangia sono i luoghi del cuore che placheranno la sua tensione al ritorno, che realizzano una sorta di approdo nella ricerca di sé.

I tetti di Castroreale al tramonto che meandri di rosa e arancione il cielo e le acque del mare, sono il luogo a cui, per inaspettate coincidenze, l’artista ha riscoperto una parte del vissuto che forse deve ancora essere tessuta. Ciò che ammira dai tetti è una nuova prospettiva d’esistenza, forse solo interiore o magari in divenire per destino e fatalità. Chi può saperlo?

Villa Arangia, è ritratta con un’allineata e gradevole balconata, come in una scenografia teatrale ed è il luogo dell’origine prima, dell’appartenenza familiare e al casato. Vuole ritrarla così come apparteneva al suo mondo di spensierata gioventù, tra terrazze e balconate sul giardino di palme e sullo sfondo marino, come sospesa tra terra e cielo, ma riecheggiante ancora di voci e presenze che ormai sono solo un ricordo.

(Prof.ssa Giulia Maria Sidoti, Critica d’Arte)

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