Settantatré anni, tanto è durata l’attesa: da quell’ormai lontano 1953 di Alberto Ascari, l’Italia dell’automobilismo aveva smesso di cullare il sogno di tingere il mondo d’oro o d’argento, di sentire risuonare l’Inno di Mameli per il vertice della Formula 1.

Ci è voluto un ragazzo di vent’anni, nato a Bologna, per spezzare l’incantesimo. Andrea Kimi Antonelli non è solo il nuovo Campione del Mondo 2026: è il volto di un’epoca che cambia, il più giovane a riuscirci nella storia del Circus, capace di riscrivere i libri dei record che appartenevano a un certo Sebastian Vettel.
Ma la grandezza di questa impresa, celebrata da un intero Paese – con gli applausi a distanza di un altro fuoriclasse come Jannik Sinner e la dedica musicale di Cesare Cremonini – sta tutta nel contrasto tra la grandezza siderale della Formula 1 moderna e la normalità disarmante di una famiglia che non ha mai dimenticato da dove è venuta.
C’è un’immagine, più potente di qualsiasi trofeo sollevato a Città del Messico, che restituisce la misura di questo ragazzo: il campione del mondo che, tornato a fare i conti con la realtà quotidiana, deve far bastare la sua paghetta mensile stabilita da mamma Veronica.
In casa Antonelli i milioni della F1 non hanno intaccato i valori: «Niente è dovuto, te lo devi guadagnare», una lezione di vita nata tra l’officina di papà Marco e il lavoro alle Poste di Veronica, tra trasferte con i camion e sacrifici fatti di pane e passione. Un’etica del lavoro che ha permesso a quel bambino prodigio – capace già a dieci anni di domare una Lamborghini Super Trofeo – di non perdersi per strada.
In questa favola la Mercedes ha giocato un ruolo da architetto coraggioso. Toto Wolff ha scommesso su di lui quando era ancora un diamante grezzo e, forte di questa visione, non ha risparmiato una stoccata tagliente ai rivali storici, ricordando come a Maranello o a Milton Keynes forse non avrebbero avuto il coraggio di affidare la monoposto di punta a un ventenne, preferendo strade più conservative. Una provocazione che fa discutere, ma che fotografa la portata storica della scelta di Stoccarda.
Nel box, del resto, la luce accecante della vittoria di Kimi ha inevitabilmente proiettato un’ombra pesante. La fuga silenziosa di George Russell, battuto sul filo di lana e lontano dai festeggiamenti, racconta la spietatezza di questo sport: per un talento che sale sul tetto del mondo, c’è un compagno di squadra per cui la sconfitta ha il sapore amaro della catastrofe sportiva. Ma la grandezza dei campioni si misura anche nella gestione di queste crepe interne.
Antonelli, però, sembra impermeabile alla vertigine del successo. Ha vent’anni, il mondo ai suoi piedi e una mentalità da veterano che ha stregato anche il muretto box. E mentre l’Italia si gode il ritorno sul tetto del mondo nella Formula 1, papà Marco traccia già la rotta del futuro con pragmatismo bolognese: si festeggia, si archivia e si pensa al prossimo Mondiale. Perché per Kimi, in fondo, questo non è che il fischio d’inizio.



