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EDITORIALE – L’ARTE RUBATA e il BUIO della SICUREZZA: al via lo ”SCARICABARILE”

Pubblicato il :

di Alfredo Anselmo

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Ha veramente dell’incredibile ciò che è accaduto al MuMe e che porta Messina in copertina nel mondo intero, ironia della sorte, proprio nel giorno della Vara: mentre la città viveva il momento più intimo e concitato dell’anno, con gli occhi della folla rivolti alla Madonna Assunta, a pochi metri di distanza il patrimonio artistico nazionale subiva un colpo mortale. Nel buio della notte di Ferragosto, una banda di malviventi s’è introdotta nel Museo Regionale “Accascina” di Messina, portando via tre tavole del capolavoro quattrocentesco di Antonello da Messina — il Polittico di San Gregorio — e la preziosissima Tavoletta Bifronte, appena estratta da una teca blindata.

​L’immagine di due delle tele abbandonate per strada sui muretto di viale della Libertà durante una fuga sgangherata restituisce con crudezza la dinamica dell’accaduto: un blitz che unisce l’audacia criminale a una drammatica facilità di penetrazione. Come sia stato possibile tagliare una inferriata e forzare un’entrata senza che i sistemi d’allarme arrestassero l’intrusione è la domanda a cui la Procura e la Squadra Mobile guidata da Simone Scalzo dovranno dare risposta. Ma il problema, oggi, va ben oltre i Rilievi della Polizia Scientifica.

​«Antonello è Messina e Messina è Antonello», ha ricordato amareggiato il sindaco Federico Basile, dando voce allo sconcerto di una comunità ferita proprio nel giorno della memoria e della festa. Gli fa eco la direttrice del MuMe, Marisa Mercurio, parlando di una «perdita inestimabile». Eppure, dietro le parole di circostanza e la legittima angoscia, la vicenda spalanca un baratro politico e gestionale che non può essere liquidato come un semplice fatto di cronaca nera.

​Da un lato c’è la Regione Siciliana, guidata da Renato Schifani, che difende il funzionamento dei sistemi di videosorveglianza, dispone ispezioni interne e punta il dito su possibili complicità o falle nel personale di custodia. Dall’altro c’è Roma, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che esprime sconcerto, richiama il lavoro dei Carabinieri del TPC ma si affretta a ribadire i confini dell’Autonomia Speciale dell’isola.

​È proprio su questo scaricabarile istituzionale che la politica s’è immediatamente spaccata. Il Partito Democratico parla apertamente di un patrimonio regionale lasciato in uno “stato di precarietà” drammatico e chiede a gran voce le dimissioni dell’assessore regionale ai Beni Culturali, Francesco Paolo Scarpinato. Non si tratta di demagogia: se l’Autonomia diventa uno schermo dietro cui nascondere standard di vigilanza inadeguati, assenza di metronotte e falle clamorose nella protezione delle opere simbolo dell’identità nazionale, allora il sistema ha fallito.

​Non basta l’appello a “chiunque sappia qualcosa” lanciato dalle istituzioni. Servono responsabilità chiare. Non si possono esporre capolavori dal valore inestimabile — contesi dalle più grandi case d’asta al mondo come Christie’s — in strutture che si scoprono vulnerabili al primo colpo di cesoia nella notte di Ferragosto.

​Il furto di Messina non è solo la perdita di quattro tavole dipinte nel Quattrocento: è una ferita aperta sull’incuria con cui continuiamo a proteggere chi siamo. Se non saremo in grado di ritrovare quelle opere e di blindare davvero i nostri musei, a essere sottratto non sarà solo il pennello di Antonello, ma la dignità stessa dello Stato di fronte alla tutela della propria storia.

FOTO DI COPERTINA
La gravità, ma anche la facilità del furto avvenuto a Messina, sul quale ci soffermiamo in questo Editoriale, vogliamo ulteriormente sottolinearla con l’immagine scelta per la copertina: una foto tratta dalla rete, volutamente ironica, che circola in queste ore sui principali social network, che raffigura il protagonista del celebre ”Ritratto d’uomo” (autoritratto dello stesso Antonello?) che porta via le opere dal MuMe perchè ”non al sicuro” all’interno del museo della Città dello Stretto. (a.a.)

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