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EDITORIALE – MALAGÒ, da Presidente “IRREGOLARE” a Commissario della FIGC. IL CALCIO ITALIANO scopre il MIRACOLO del ”BUONSENSO”

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Alla fine, in Italia, succede sempre la stessa cosa… le regole sono rigide quando servono a qualcun altro e diventano improvvisamente elastiche quando bisogna trovare una soluzione.

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E così Giovanni Malagò, eletto presidente della FIGC lo scorso 22 giugno con un consenso larghissimo, finisce commissario della stessa Federazione che avrebbe dovuto guidare da presidente.

Una storia talmente surreale che, se fosse stata raccontata in un bar dello sport di provincia, qualcuno avrebbe probabilmente risposto: “Ma cu u scriviu, Totò?”

Invece è tutto vero.

Il problema nasce dal mancato tesseramento di Malagò alla FIGC al momento della candidatura e dell’elezione. Una questione che ha aperto un caso istituzionale e giuridico, fino ad arrivare al commissariamento della Federazione. Il CONI ha quindi deciso di azzerare gli organi federali e affidare proprio a Malagò il ruolo di commissario, con il compito di accompagnare la FIGC verso nuove elezioni il 14 Dicembre 2026.

Ora fermiamoci un attimo.

Perché qui non si tratta di essere pro o contro Malagò. Non si tratta nemmeno di tifare per questo o quel presidente.

Si tratta di una domanda molto più semplice: se il problema era così serio da rendere necessario il commissariamento della FIGC, perché la soluzione è la stessa persona al centro della vicenda?

È questa la domanda che il calcio italiano dovrebbe avere il coraggio di porsi.

E invece arriva il lieto fine all’italiana.

Malagò non è più presidente, ma resta al comando.

Non governa più attraverso un’elezione, ma attraverso un commissariamento.

Non è più il presidente della FIGC, ma diventa colui che dovrà traghettare la FIGC verso nuove elezioni.

Insomma, cambia il cartellino sulla porta, ma la persona rimane la stessa.

E allora viene spontaneo chiedersi: ma davvero era questo il modo migliore per tutelare la credibilità delle regole?

Il CONI parla di una soluzione condivisa e di buon senso. Malagò stesso, dopo la nomina, ha definito la decisione una “vittoria del buonsenso e della logica delle cose”, descrivendo al tempo stesso la vicenda come “triste e imbarazzante”.

E proprio qui sta il punto.

Il buonsenso è una cosa meravigliosa. Ma nello sport professionistico, prima del buonsenso, dovrebbero venire regole chiare, applicate nello stesso modo e soprattutto comprensibili a tutti.

Perché se un requisito è indispensabile, deve esserlo per tutti.

Se invece quel requisito può essere superato, allora bisogna spiegare perché.

Altrimenti il rischio è che il calcio italiano mandi all’esterno un messaggio devastante: le regole esistono, ma alla fine si può sempre trovare una soluzione politica, istituzionale o diplomatica per aggirare l’ostacolo.

E non è un bel messaggio.

Soprattutto per migliaia di società dilettantistiche, dirigenti e presidenti che ogni giorno combattono con regolamenti, tesseramenti, scadenze, documenti, vincoli e norme federali.

Per loro, una scadenza è una scadenza.

Un tesseramento è un tesseramento.

Un requisito è un requisito.

Non esiste il “buonsenso” dell’ultimo minuto.

Non esiste il tavolo riservato dove tutti si incontrano, si stringono la mano e improvvisamente il problema scompare.

Nel calcio di provincia, se manca un documento, la partita amministrativa è persa. Nel calcio dei grandi, invece, sembra esistere sempre una porta laterale.

Ed è proprio questa sensazione che dovrebbe preoccupare.

Non perché Malagò sia necessariamente il problema. E nemmeno perché la sua nomina a commissario sia automaticamente illegittima.

Il problema è il precedente.

Un precedente che anche alcuni osservatori giuridici hanno indicato come l’aspetto più delicato dell’intera vicenda: il commissariamento nasce da una controversia sul tesseramento e, contemporaneamente, il commissario scelto è la persona direttamente coinvolta nella controversia.

Sembra una barzelletta.

Ma non fa ridere.

Perché intanto il calcio italiano avrebbe bisogno di parlare di stadi, infrastrutture, settori giovanili, sostenibilità economica, valorizzazione dei talenti, competitività internazionale e soprattutto di una Nazionale che ha mancato per tre volte consecutive la qualificazione al Mondiale.

E invece siamo ancora qui.

A discutere di tesseramenti.

Di statuti.

Di commissariamenti.

Di interpretazioni.

Di ricorsi.

Di poltrone.

E mentre il pallone rotola sempre più lontano dalle grandi ambizioni, nei palazzi dello sport italiano continua una partita che con il calcio giocato ha ormai pochissimo a che vedere.

Adesso Malagò dovrà accompagnare la FIGC verso nuove elezioni, fissate entro il 31 gennaio 2027. E, secondo quanto riportato da diverse fonti, potrà anche tornare a essere candidato alla presidenza dopo aver regolarizzato la propria posizione di tesseramento.

Ed è qui che il paradosso raggiunge il suo massimo.

Il commissario potrebbe tornare candidato alla presidenza della Federazione che oggi è chiamato a commissariare.

In Sicilia diremmo: “A megghiu parola è chidda ca nun si dici.”

Perché forse, questa volta, qualche domanda in più sarebbe meglio farsela.

Non per attaccare Malagò.

Non per difendere qualcuno.

Ma per difendere una cosa che nel calcio italiano dovrebbe valere più di qualsiasi nome: la credibilità delle regole.

Perché quando le regole diventano interpretabili a seconda della stanza nella quale ci si trova, il problema non è più chi occupa la poltrona.

Il problema è il sistema.

E quello, purtroppo, non si risolve con un commissario.

Nemmeno se il commissario è Malagò.

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