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Barcellona, L’ESTETICA DEL SACRIFICIO nel Vicolo I Mandanici: Marta Scanu riapre l’Archivio Discontinuo

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A Barcellona Pozzo di Gotto, una finestra affacciata su un mondo sospeso riporta alla luce le opere nate dalla “Residenza Zero”. In mostra l’installazione di Marta Scanu: un dialogo brutale e poetico tra ferro, sapone e interiora animali.

 

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C’è un vicolo, a Barcellona Pozzo di Gotto, dove il tempo sembra aver trovato una tana sicura. Percorrendo Vicolo I Mandanici, lo sguardo del passante viene improvvisamente rapito da una vetrina: non è un negozio, ma una soglia. È “La Vetrina” di Discontinuo, uno spazio di creazione che oggi si trasforma in memoria viva attraverso il ciclo di mostre “Archivio”.

 

L’obiettivo è ambizioso: rimettere in circolo le opere nate da “Discontinuo / an open studio” (2018-2021). Un patrimonio di donazioni che oggi popola lo spazio, creando un ponte tra il passato storico del luogo e il presente artistico.

Fino al 31 maggio, protagonista assoluta è Marta Scanu. La sua esposizione è un viaggio a ritroso verso quella che fu la “residenza zero”, l’anno in cui le porte di Discontinuo si aprirono per la prima volta.

Entrare (anche solo con lo sguardo, dalla vetrina) nella “Stanza di Marta” significa immergersi in una sintesi di invisibilità. Al centro della sala campeggia una struttura monumentale in ferro, uno scheletro familiare che ricorda un lampadario d’altri tempi. Ma non ci sono cristalli a riflettere la luce: al loro posto, gocce di budello animale. È l’opacità povera dello scarto, il residuo di un sacrificio quotidiano a cui l’uomo ricorre per il proprio benessere, che qui viene elevato a oggetto totemico.

“Ricordo che fu un’esperienza generosa, fatta di storie anche dolorose, come quella del letto del fiume”, racconta l’artista ricordando i giorni della residenza. Il suo lavoro è figlio di una “discontinuità costruttiva”: il girovagare tra chiese, soffitte abbandonate e spiagge siciliane.

Proprio su una spiaggia è nato uno dei pezzi più intensi del percorso: un minuscolo femore animale, forse di un volatile, incastonato in un blocco di marmo come in un mausoleo improvvisato. Un monito contro l’indifferenza. La fragilità è la cifra stilistica di Scanu: l’uso del sapone e del talco — simboli di purezza e quotidianità — contrasta con l’odore acre del budello, in una contaminazione di senso che scuote l’osservatore.

L’opera donata all’Archivio non è solo materia, ma metodo. Marta Scanu ha lasciato i suoi progetti cartacei, scatti fotografici dei lampadari del Santuario di San Francesco di Paola a Milazzo, poi rielaborati pittoricamente per “pulirli” dal caos e trovarne l’essenza.

Oggi, quella ricerca sulla vulnerabilità e sul dualismo tra vittima e carnefice torna a interrogare il pubblico. In un’epoca di velocità frenetica, la finestra di Vicolo I Mandanici invita a fermarsi. A restare. A guardare in faccia ciò che solitamente nascondiamo: la bellezza che fiorisce dal caduco.

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