Recensioni al primo ascolto, se serve pure al secondo e al terzo.
Damon Albarn è un genio musicale, già leader dei Blur, grande musicista e polistrumentista, capace di spaziare con la musica tra i generi più disparati. Uno di quelli che non vuole rotture di coglioni, uno di quelli che è stato capace di cazziare il pubblico italiano perché battevano le mani in maniera sbagliata, in battere anziché in levare (cosa che ci rimproverano un po’ tutti nel mondo. Ma, mi chiedo, e se avessimo ragione noi?). Jamie Hewlett è un fumettista e animatore, padre di Tank Girl e collaboratore di diverse case editrici, tra le quali c’è la DC Comics.
I Gorillaz nascono nel 1998 dall’incontro di queste due menti fuori dal comune e fin dagli esordi hanno ottenuto un successo a livello planetario. La band è costituita da personaggi animati che si esibiscono anche
dal vivo dai primi del 2000!!! Praticamente vanno a braccetto con l’invenzione dei virtual concerts delle Idols coreane o con i successivi Hologram concerts degli artisti defunti. A febbraio del 2026 esce il loro nono album “The Mountain”. In copertina i nostri eroi 2D ammirano una distesa di nuvole dalla cima di una montagna, sull’illustrazione, opera di Hewlett, spicca il titolo scritto in lingua devanagari.
Normalmente i miei ascolti sono molto easy, però se devo scriverne da qualche parte provvedo ad un minimo di ricerca e documentazione. Così ho indagato sulla genesi del disco e solo in questo modo ne ho potuto capire l’essenza e la potenza. “The Mountain” rappresenta l’elaborazione di un lutto, un viaggio in india, la purificazione di un corpo defunto nel Gange, la successiva cremazione e lo spargimento delle ceneri nel sacro fiume, il cordoglio e la festa. È la rappresentazione di un viaggio, la fusione delle diverse culture
del mondo e delle rispettive musiche. Un disco registrato tra oriente ed occidente, musicisti e cantanti di tutte le nazioni, rappers, poeti, attori, amici e compagni di viaggio, vivi e morti. La morte e il dialogo con qualcosa di superiore rappresentano il filo conduttore dell’album. Ma non siamo parlando di un disco di canzoni tristi, sono canzoni leggere e spensierate, nostalgiche e meditative, ma con un significato molto profondo che in qualche modo penetra nell’ascoltatore attraverso i testi e le musiche.
L’uscita dell’album è stata accompagnata da un cortometraggio , “The Mountain, The Moon Cave and The Sad God”, caratterizzato da un’animazione stile vecchia scuola e con chiari riferimenti a “Il libro della giungla”, che rappresenta la sintesi del disco. Ne vengono fuori 15 tracce legate attraverso il tema musicale della title track, elaborate attraverso un magnifico percorso che si muove tra folklore e musica elettronica, hip hop e pop, sintetizzatori e drum machine, la banda, il sitar e altri antichi strumenti come flauti e udu. Non è facile mescolare elementi così differenti e distanti ma i Gorillaz ci riescono alla grandissima e danno vita a qualcosa di particolare e unico. Tra i singoli pubblicati spiccano in modo particolare “The happy dictator” e “Orange county”, ma tutto il disco è degno di nota. Un concept album moderno e al passo con i tempi. Personalmente per me questo disco è un capolavoro, ma non uno di quelli immediati, si tratta di una perla che vedrà il suo vero riconoscimento nel lungo periodo. Ascolto consigliatissimo, ad occhi chiusi o in mezzo al bosco. “Tu sai che la cosa più difficile è dire addio a qualcuno che si è amato. Questa è la cosa più difficile.”