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“I RAGAZZI DEL 1976” di Alcara Li Fusi, tornano insieme PER RIVIVERE la loro classe

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L’undici Agosto, in una bellissima cornice, all’interno di “Villa Rantu”, la classe del ’76 di Alcara li Fusi si ritrova: in tanti ricordi. “Eravamo spensierati. Oggi ci ritroviamo con le nostre famiglie, ma il cuore è rimasto lì”.

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Tra le colline verdi dei Nebrodi, dove l’aria sa ancora di bosco, e di tempo lento, un gruppo di ragazzi è tornato indietro di 50 anni.
Non con una macchina del tempo, ma con la memoria.

Sono loro, la classe del 1976, di Alcara li Fusi. Oggi uomini e donne con i capelli un po’ brizzolati, le famiglie, il lavoro, le case costruite. Ieri bambini con le ginocchia sbucciate e lo zaino troppo grande per le spalle.

Si sono ritrovati proprio qui, nel suggestivo panorama, dei Nebrodi, per festeggiare il loro mezzo secolo. Cinquant’anni tondi tondi, da quando condividevano il banco, la ricreazione e i sogni.

Un tuffo nel passato, tra risate, e buonumore.
L’obiettivo era uno solo: riportare la spensieratezza,
E ci sono riusciti.

Tra un sentiero e l’altro, tra gli alberi e il panorama Nebroideo, da togliere il fiato, sono tornati ai ricordi, dei giochi semplici. Quelli di strada, come il famoso nascondino.

“Ci ricordavamo di tutto” racconta uno di loro. “Di chi copiava alla verifica, di chi era il primo della classe e di chi invece faceva ridere tutta la classe. Del più bravo, del più burlone, di quello che prendeva sempre i rimproveri. Ognuno aveva il suo carattere, e quel carattere ce lo portiamo ancora dietro.”

E poi gli scherzi, le marachelle, gli avvenimenti che solo una classe può vivere. Quella volta che la maestra si arrabbiò, quella gita, quel compagno che faceva sempre ridere. Piccole cose, che oggi, fanno stare bene solo a pensarci.

Dai banchi di scuola alle case, ai figli, al lavoro,
Cinquanta anni passano. E la vita va avanti.
Ognuno ha preso la sua strada. Chi è rimasto ad Alcara, chi è andato via. Chi ha costruito una casa, chi un’azienda. Chi ha fatto il genitore, il nonno, l’artigiano, l’impiegato, o chi professionalmente di e’ affermato.

Seduti insieme, si sono raccontati.
“Guarda mio figlio, guarda mia figlia”. “Io faccio questo lavoro da 30 anni”. “Noi abbiamo ristrutturato la casa dei nonni”.
Chi ce l’ha fatta di più, chi di meno. Ma tutti con lo stesso orgoglio di dire: “Ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati fin qui”.

È stato un altalenare di emozioni. Dalle risate fino alle lacrime. Perché ritrovarsi dopo mezzo secolo ti fa capire quanto tempo è volato e quanto, invece, alcune cose sono rimaste uguali.

Ieri e oggi: dal gioco di strada all’intelligenza artificiale,
Il confronto più bello è venuto alla fine.
Loro, che da piccoli giocavano con un sasso, e un pezzo di gesso sull’asfalto. Che correvano fino a sera senza cellulari. Che si chiamavano da una finestra all’altra.

E oggi. Oggi con l’intelligenza artificiale, che fa da padrona, con i social, con i figli che gli spiegano come funziona il telefono.

“Ci siamo guardati e abbiamo detto: eravamo fortunati” “Avevamo poco, ma avevamo tutto. Avevamo il tempo, gli amici, la strada. Oggi abbiamo tutto, ma corriamo sempre.”

Un arrivederci, non un addio.
La giornata si è chiusa come era iniziata: con una foto di classe. Questa volta non con i grembiulini, ma con abbigliamento diverso. Tutti insieme, sullo sfondo dei Nebrodi.

Perché questo incontro non voleva essere nostalgia. Voleva essere gratitudine. Gratitudine per quei banchi, per quei giochi, per quella semplicità che ti forma e non ti abbandona mai.

Ognuno tornerà alla sua vita, alla sua famiglia, al suo lavoro.
Ma con un pezzetto in più nel cuore. Quel pezzetto che si chiama “classe del “76”.

E chissà, magari tra qualche anno si ritroveranno di nuovo. Sempre qui, tra le colline di Alcara li Fusi.
Per ricordarsi che il tempo passa, ma l’amicizia no.

“Eravamo ragazzi. E per un giorno, lo siamo tornati ad essere.”

(Giuseppe Mesi)

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