La riforma della portualità italiana entra nel vivo del dibattito parlamentare e accende il confronto anche nell’Area dello Stretto. A intervenire è Alessandro Bongiorno, referente messinese di Azione per Portualità, Trasporti e Lavoro Marittimo, che richiama l’attenzione sui possibili effetti del disegno di legge sulla governance dei porti e sul ruolo delle Autorità di Sistema Portuale.
“La riforma dei porti non può essere liquidata come una semplice questione tecnica”, dichiara Bongiorno. “Leggendo con attenzione il documento che accompagna il provvedimento, l’obiettivo è chiaro. Costruire una cabina di regia nazionale sulla portualità. Il problema è che si parla molto di coordinamento, ma chiarisce molto meno come evitare che quel coordinamento si trasformi in accentramento.”
Secondo Bongiorno, il tema assume un valore ancora più delicato nell’Area dello Stretto. “Messina, Milazzo, Villa San Giovanni e Reggio Calabria non rappresentano un sistema portuale qualsiasi. Qui il porto non è soltanto un’infrastruttura commerciale, è parte stessa dello sviluppo urbano e dell’identità della città. Parlare di portualità a Messina ad esempio, non significa parlare delle banchine del porto ma anche del water front, della passeggiata a mare, della Real Cittadella e di tutti quei gioielli nascosti che la città possiede ma che troppo spesso non riesce a trasformare in una vera occasione di sviluppo. Pensare di applicare allo Stretto una riforma uniforme, senza tener conto della sua specificità, sarebbe un errore politico prima ancora che amministrativo”.
Bongiorno precisa di non essere contrario alla necessità di una riforma. “Nessuno nega che la portualità italiana abbia bisogno di maggiore coordinamento. La legge quadro sulla portualità italiana risale al 1994, una norma importante, ma figlia di una stagione profondamente diversa da quella attuale e sarebbe miope non accettare che da allora sono cambiati logistica e competizione internazionale. Ma una cosa è rafforzare la regia nazionale, altra cosa è costruire un nuovo soggetto centrale con poteri tali da ridurre le Autorità di Sistema Portuale a semplici strutture di gestione ordinaria. Il punto non è scegliere tra Roma e i territori. Il punto è evitare che, in nome dell’efficienza, si finisca per togliere capacità decisionale proprio a chi conosce davvero i porti e le potenzialità degli scali”.
Il riferimento è anche al lavoro che Azione sta portando avanti sul piano nazionale. “All’interno del Gruppo Nazionale Portualità di Azione, coordinati dall’On. Giulia Pastorella, stiamo lavorando a una serie di proposte emendative al disegno di legge”, spiega Bongiorno. “La nostra posizione è chiara: sì a un coordinamento nazionale più forte, sì a standard comuni, sì al rafforzamento della capacità progettuale e ai poteri sostitutivi quando un’Autorità è realmente inerte. Ma no a una centralizzazione preventiva che svuoti le Autorità di Sistema Portuale, sottragga risorse ai territori e crei una nuova società pubblica con competenze sovrapposte”.
“Le proposte di Azione vanno in una direzione molto semplice”, prosegue Bongiorno. “Porti d’Italia S.p.A. deve aiutare le Autorità portuali a realizzare gli interventi strategici, non sostituirsi stabilmente a loro. Per questo proponiamo di superare la concessione generale di 99 anni e di prevedere, invece, affidamenti mirati per singoli interventi, con tempi limitati e controllabili. Proponiamo inoltre che ogni intervento nei singoli porti avvenga con l’intesa dell’Autorità di Sistema Portuale territorialmente competente, perché chi conosce il porto deve poter partecipare alle decisioni che riguardano il suo futuro”.
Altro nodo riguarda le risorse, Porti d’Italia S.p.A. attingerà a più canali. “si parla di un gettito riscosso dalle Autorità di Sistema Portuale, tra il 15% e il 25%, derivante da tasse di ancoraggio, tasse portuali sulle merci sbarcate e imbarcate”, prosegue, “Ma prima di prevedere trasferimenti, fondi o meccanismi di finanziamento, bisogna sapere con precisione quale impatto avranno sui bilanci delle singole Autorità. Manutenzione e investimenti già programmati, come il porto di Tremestieri ci insegna, non possono diventare variabili secondarie”.
“Qui c’è anche un punto politico”, osserva Bongiorno. “La riforma è portata avanti da esponenti della Lega e da una maggioranza che spesso parla di autonomia e federalismo. Ma se poi, su un tema strategico come quello dei porti le scelte decisive si spostano verso Roma e i Comuni interessati non vengono messi davvero al centro del confronto, come ha ricordato anche il sindaco Basile, allora qualcosa non torna.”, e conclude: “Azione non difende lo status quo, chiede una riforma più meritocratica e meno centralista. Il coordinamento nazionale serve, ma non può trasformarsi in accentramento romano. Modernizzare i porti significa rafforzare il sistema Paese senza indebolire chi quei porti li vive, li amministra e li fa funzionare ogni giorno”.



