Ecco a voi i colori incastonati in quella foto di ieri. Alcuni colori, perché le sfumature non ancora classificate appartengono esclusivamente al registro dell’anima.

Appena sceso dal pullman, mentre con la carovana seguivamo il nostro accompagnatore, l’accoglienza – dopo i drappi rossi sventolanti ai balconi – è stata dei medesimi drappi, col medesimo sigillo, che ammantavano vitelli e vitellini al passo dei mandriani. Il rosso era dappertutto. Il sole era già al lavoro da tempo e alle dieci si faceva sentire, ma non troppo.

Pochi minuti di strada e davanti a noi si ergeva la chiesa, tipica delle costruzioni religiose del val di Noto, riedificate dopo quel funesto giorno come cantavano i nostri nonni: “all’undici di jnnaru all’unnu storna, si ‘naprisciau assai Cristu supernu”… Quanto mi ha fatto penare “quell’anno storno”! Non ne ho capito il senso per anni, pensavo alla “cavallina”, ma nulla, fintanto che una lampadina – l’eureka del nostro antenato – non lasciò dubbi: “l’anno che era meglio non venisse, l’anno funesto” che rase al suolo ciò che era giunto da millenni nella parte sud-orientale della Sicilia. Eppure la fine fu semplicemente un passaggio, non so quanto lungo o corto, ma da lì a breve risorsero, in un tempo impregnato dallo sfarzo estremo, le cattedrali e i palazzi barocchi oggi patrimonio dell’umanità. Anche questo fluido e saettante pensiero mi attraversò quella mattinata.
Prima di giungere davanti alla spettacolare scalinata, nella piazzetta antistante si trovavano i due circoli sociali: la Società Operaia e San Paolo, e un gonfalone con l’Apostolo delle genti, ricco di colori e smagliature serigrafate, dono dei maltesi qui presenti e gemellati per la festa. A raggiera, a destra e a manca della scalinata, su una staffa a mezzaluna, aperti come un ventaglio ma coperti da una carta bianca, c’erano i tubi con scritti i nomi dei vari colori che da lì a poco, dopo qualche ora, avrebbero variopinto il cielo e rotto il timpano più resistente. L’attesa “Sciuta” si avvicinava a passi lenti.

Varcata la soglia, fra il tenue avorio delle arcate e delle volte frammiste a piccole pennellate dorate, primeggiava a ogni colonna il rosso con tende di damasco; e sempre rosso, più avanti, attorno alla mensa nella quale, in alto, stava con la spada sguainata il festeggiato, tra quattro colonne tortili forse ispirate a quelle berniniane del baldacchino di San Pietro. Di nero spiccava qualche chioma e il parroco che, poverino, cercava di imbonire l’entusiasmo che sempre più cresceva tra i presenti. Colori e profumi come in un bazar. E mentre a fatica il celebrante – che non era quel parroco vestito di nero – si sforzava di trasmettere con parole altisonanti il significato della festività, la turba fitta e accalcata sul lato sinistro della navata si avvicendava per portare a casa il pane: ciambelloni giganti, farina del grano della passata annata. Il caldo faceva esalare e spandere sempre più il profumo della lavanda recisa al mattino e benedetta assieme al pane che i devoti facevano a gara a prendere.
A mezzogiorno il vociare si fece più intenso; scrosci ed esulti accompagnavano i due fercoli, sorretti da braccia possenti che lentamente avanzavano ai piedi dell’altare. In alto, a circa cinque metri, il simulacro si apprestava a “scendere”, pronto per l’uscita. Tutti apparecchiavano la festa, grandi e piccini. Gli ex voto, monili in oro e gemme preziose, venivano posti sui quattro angoli della vara; una striscia in tessuto, da un capo all’altro del prospetto, si riempiva sempre più di bigliettoni verdi e rosacei, pezzi da 100 e 50 euro. Imbullonata la statua, tra gridi e canti di giubilo di un popolo in festa, il Santo veniva imbracato e portato sotto il maestoso arco della porta centrale.

E qui il finimondo. Altro che bombardamenti, di più. Luci, colori magistralmente abbinati e fumi anticipavano il botto; la luce prima del suono, in una calda e assolata piazza d’estate. Erano le tredici e per qualche minuto ci fu solo un arcobaleno di spari e una nube intensa al centro che, diradandosi, mostrava per prima la spada ondeggiante sulla quale si rifletteva un raggio di sole. Il Santo Patrono era con la sua gente che con grande devozione, gioia, pianti, piedi scalzi e la caducità che deriva dalla condizione umana, esprimeva così, come sapeva fare, la sua genuina e fedele devozione.
Alle quindici si concludeva la prima parte della festa, dopo aver intronizzato il miracoloso simulacro nella Chiesa Madre, diversa da quella dalla quale era uscito. Ed è qui che avviene l’atto più travolgente: infanti di pochi giorni, fino a tre o quattro anni, uno dietro l’altro, nudi, venivano offerti ai due timonieri sul carro che li porgevano al Santo. Una convinzione così pura e sincera che le lacrime sgorgavano a fiotti; e chissà quale Grazia ricevuta o attesa serbavano nel cuore, emozioni non verbalizzate ma che passavano a tutti noi intorno.

L’identità più remota della mia cara Sicilia vive in questi rituali che si ripetono, forse ignari, in questo tempo solstiziale. Il pane offerto oggi è il grano riposto nei granai dell’anno passato, mentre sui campi biondeggia, quasi pronta, la nuova spiga. La lavanda e i fiori sono i doni generosi della terra. È una festa agreste ancestrale che profuma di antico e che, sotto il velo del cristianesimo, custodisce ancora intatto il cuore del culto di Demetra e Kore, le dee madri della Sicilia greca. I neonati offerti nudi alla folla e al Santo non sono altro che il prolungamento di quei riti in cui si presentavano i figli alle divinità Kourotrophoi (le dee nutrici), offrendo la carne della propria carne senza alcun sacrificio, ma come puro affidamento, ringraziamento e auspicio per una buona annata, per invocare protezione sulla vita e sul nuovo raccolto. Un legame profondo tra la terra, la fertilità e il cielo, che si legge persino nel volo dei due “angeli” sospesi sul cavo d’acciaio prima dell’uscita.

Se dovessi fermare il tempo, per questa scena sceglierei il bianco e nero: per togliere il rumore del presente e lasciare che l’immagine parli la lingua dell’eternità.
Poi cala il silenzio e fuori, sgombrati i residui dei mortaretti mattutini, ci si apprestava al montaggio per la serata, per l’ultimo atto della festa che sarebbe stata più “ordinata”, nel rispetto di un canone che rendeva fredda e troppo composta quella “gioia” espansa nella mattinata. Mentre il pomeriggio appartiene al clero e alle preghiere composte, il mattino è stato solo del popolo festante e inebriato, che gridava a ogni passo “e chi semu tutti muti ?? Paolo, di la vita, Patronu !!!”

San Paolo a Palazzolo Acreide accoglie e trasmette quel fervore di un’identità millenaria che sopravvive nelle consuetudini, tramandate di generazione in generazione. Forse da un tempo in cui con le divinità vi era un dialogo musicato, una vista percepita; e oggi, per necessità evolutiva, va riscoperta la presenza del divino obbedendo al monito e alla certezza dell’apostolo Paolo che afferma: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
(Giovanni Quartarone)



