Arriva in concorso al festival di Venezia ed esce dalla proiezione ufficiale con 25 minuti di applausi : ma di questo ne parla il mainstream e soprattutto perché 25 minuti di applausi per tanto orrore?
Ventiquattro persone sui tetti di Tel Aviv, di notte, al buio e la voce artefatta per non essere riconosciuti: Sono ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana, reparti d’élite, quasi tutti residenti nella stessa città a sessanta chilometri da Gaza.

I registi sono israeliani : Yuval Abraham e Rachel Szor , tre anni per coinvolgere i giornalisti investigativi del Guardian e i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call: è la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra, superiore anche a quella per “La voce di Hind Rajab” dello scorso anno.
Naza è un film denuncia che mette in evidenza un genocidio programmato, uno sterminio senza sforzi!
Ma come siamo arrivati a tanta disumanità ?
Raccontano di bombardamenti scattati al minimo segnale di vita rilevato tra le macerie, di corpi lasciati insepolti e di colpi sparati su chi usciva dalla fila per il cibo : c’è chi si professa un semplice esecutore di ordini, chi ammette di essersi divertito (prego di non incontrare mai questi carnefici).
Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana.
«È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi.
«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le vittime di Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa.
A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica una macchina costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie all’Intelligenza artificiale che offre una strumentazione ancora più feroce (l’IA IN USO QUANDO QUELLA UMANA È INESISTENTE ? Capire dove può portarne l’uso?!)
«Naza» indica la volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con disumanità – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – Sembra un’allucinazione dell’orrore invece è la realtà.
Il documentario presentato in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega uno dei due registi .
Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian. Per la prima volta ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.
Ci sono alcune parole chiave usate nei racconti dei militari :
«pulizia», uccidevano a distanza e chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria.
«uccidere», sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto.
IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso.
Gli archivi mostrano che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) .
GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande. «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham.
«Penso ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?»
Un soldato intervistato in Naza.
Ci vuole molto coraggio a porre come fa il film questi interrogativi alla società israeliana (e non solo). «Primo Levi ha parlato di disumanizzione, di un essere umano che diventa non umano. Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma una cosa coerente in questi casi è la questione della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per poter andare avanti. Rispettare la memoria dell’Olocausto significa rafforzare la nostra fiducia nei diritti umani e nell’empatia nei confronti delle altre persone» dice Abraham. E questo film le impone a chi distoglie lo sguardo… basta aver conservato un po’ di umanità e dare spazio alle emozioni …
perché per fare parte di un videogioco basta un click e noi possiamo scegliere di non farne parte né come vittime né come carnefici.
(Carmen Trovato)



