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Milazzo

“MARE CALDO” AMP Capo Milazzo fino a 3 GRADI OLTRE LA MEDIA: anche a 40 METRI di profondità 

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Il mare di Capo Milazzo è un osservatorio privilegiato dei cambiamenti climatici. In un tratto di costa considerato tra i più preziosi della Sicilia nord-orientale, il Mediterraneo sta mostrando segnali sempre più evidenti di trasformazione: aumento delle temperature, sofferenza degli organismi più sensibili, modifiche degli equilibri naturali.

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A raccontare questi cambiamenti è anche il progetto “Mare Caldo”, promosso da Greenpeace Italia insieme all’Università di Genova, che da anni monitora gli effetti del riscaldamento globale sugli ecosistemi marini italiani con una rete di stazioni distribuite lungo le coste del Paese, tra cui l’Area marina protetta di Capo Milazzo. Un’attività di ricerca che assume un valore particolare proprio in questo territorio, dove il mare rappresenta non solo una risorsa ambientale ma anche il cuore dell’identità locale. Le osservazioni condotte – sottolinea il biologo Carmelo Isgrò – hanno evidenziato un progressivo aumento della temperatura dell’acqua, rilevato sia negli strati superficiali sia in profondità, confermando come il cambiamento climatico non sia un fenomeno lontano, ma una realtà già visibile nei nostri fondali. Il riscaldamento interessa l’intera colonna d’acqua e arriva anche oltre i 40 metri di profondità, con conseguenze sugli organismi più vulnerabili. Tra i segnali più preoccupanti figurano fenomeni di sbiancamento, perdita di tessuto in diverse specie marine, indicatori di uno stress ambientale sempre più evidente.

Nel dettaglio, per l’AMP di Capo Milazzo il monitoraggio ha evidenziato una temperatura media superiore di 1,49 gradi rispetto ai valori di riferimento, con un picco massimo di +2,94 gradi, registrato per 41 giorni consecutivi, dal primo giugno all’11 luglio. Un fenomeno che non riguarda soltanto la superficie del mare. Secondo il rapporto, il calore accumulato nei mesi estivi viene trasferito anche negli strati più profondi della colonna d’acqua. Attraverso il rimescolamento provocato dal vento e dalla maggiore variabilità meteorologica, le temperature elevate raggiungono anche i fondali, con valori fino a 25 gradi tra i 30 e i 40 metri di profondità.

Capo Milazzo non è l’unica zona del Mediterraneo interessata da questa accelerazione del riscaldamento. Tra le aree marine protette monitorate da Greenpeace, le anomalie più elevate sono state registrate in Sardegna: l’AMP dell’Isola dell’Asinara ha raggiunto una variazione massima di +3,50 gradi, mentre Capo Carbonara e Tavolara Punta Coda Cavallo hanno fatto segnare valori intorno a +3,46 gradi. In Sicilia, oltre a Capo Milazzo, anche l’AMP del Plemmirio ha registrato un’anomalia significativa, pari a +2,71 gradi.

Il progetto ha analizzato i dati raccolti in 14 stazioni di monitoraggio, tra cui 13 aree marine protette e una zona non protetta rappresentata dall’Isola d’Elba. Le aree interessate comprendono, tra le altre, Portofino, Cinque Terre, Isole Tremiti, Asinara, Tavolara, Torre Guaceto, Capo Carbonara, Ustica, Capo Milazzo e Plemmirio.

Il riscaldamento del mare sta già modificando gli equilibri degli ecosistemi. I monitoraggi biologici condotti nel 2025 hanno evidenziato segnali di sofferenza in diverse comunità marine, con fenomeni di necrosi e sbiancamento che hanno interessato specie particolarmente sensibili come la gorgonia gialla (Eunicella cavolini) e il corallo mediterraneo (Cladocora caespitosa). Parallelamente continua la diffusione di specie termofile e aliene, favorite dalle temperature sempre più elevate. Tra queste anche Caulerpa cylindracea, un’alga invasiva capace di alterare gli equilibri degli habitat sommersi.

Nel monitoraggio è stato utilizzato anche il cosiddetto Dna ambientale (eDna), una tecnica innovativa che permette di individuare la presenza di specie attraverso le tracce genetiche lasciate nell’acqua dagli organismi, ampliando la capacità di osservazione rispetto ai metodi tradizionali.

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