Esistono luoghi rimasti congelati ai secoli passati, custodi inconsapevoli di storie che hanno atteso di essere finalmente raccontate.
Pietre fredde solo in apparenza, ma vive, per nulla mute, che raccontano costantemente le gesta e le voci di Chi vi pose il primo anelito di vita.
È così che la voce dell’antica Zancle si fa sentire, attraverso la voce di quei cittadini che sentono forte il legame con la loro città.
Solo per citarne alcuni Franco Genovese, Lelio Bonaccorso, Lina Vanda, Filippo Grasso e tanti altri, divulgatori instancabili della storia di Messina e della valorizzazione di ciò che ne è rimasto di antico e di meravigliosamente vivo.
Ci sono anche io, oggi in veste di modesta scrittrice di codesto articolo di approfondimento, che vuole essere in primis un sollecito (ennesimo a quanto pare) affinché l’amministrazione competente si metta in opera, attraverso la presa di consapevolezza che, non per forza si debbano fare scelte drastiche tra i resti del passato e la moderna trasformazione del paesaggio, ma che si può benissimo gestirli, compenetrarli l’uno nell’altro, attraverso un complesso di azioni, studi e strumenti normativi, volti a promuovere la conoscenza, la fruizione pubblica e la sostenibilità economica e sociale del patrimonio storico.
Mi riferisco ai ritrovamenti avvenuti e poi dimenticati, nel 2008 a Messina in via Samperi (pressi stazione) dove sorgeva il vecchio palazzo Colapesce, adesso sostituito dal suo omonimo mostro moderno, con annessa gru che gli fa da imponente coperta.
A quei tempi, gli scavi a Palazzo Colapesce individuarono un´area sacra comprendente due tempietti e un altare sacrificale. Continuando lo scavo, venne alla luce un tumulo di forma ellittica di grandi dimensioni, costituito da un fitto pietrame, che sigillava una grande buca, sul fondo della quale furono ritrovati ossa animali e una grande quantità di materiale ceramico ricomponibile (crateri, coppe, piatti) databile fra la fine dell´VIII e l´inizio del VII secolo.
Tracce queste, di un antichissimo rito di fondazione, di matrice greca: la nascita di Zancle, la culla della nostra città.
All’epoca, ne parlarono ampiamente (ma mai abbastanza) i giornali locali con diversi articoli come questo preso a prestito (
Fonte: La Repubblica Palermo, 16/01/2008
Autore: Giovanna Betto )
‘’È un ritrovamento eccezionale – dichiara la direttrice del Servizio archeologico della Soprintendenza Giovanna Maria Bacci – Secondo i primi studi effettuati sui reperti ritrovati, si tratterebbe di un´area relativa al rito di fondazione della città di Zancle, da parte dei coloni greci che approdarono sulle spiagge messinesi alla fine dell’VIII secolo a. C.».’’
Si noti il ‘condizionale’, è un’ipotesi ma di quelle che portano la firma di chi il mestiere lo conosce ed anche bene.
Io stessa quando mi ci sono recata, il mese scorso, ho fatto l’amara scoperta, intanto di non vedere nessun cartello che li segnali, ma di trovarvi addirittura un gran portone, muri e serrature che ne impediscono accesso e visibilità.
Quindi invece di permettere la fruibilità a questi preziosi resti, come si era pensato all’inizio del ritrovamento, essi giacciono solitari ed infreddoliti in un angolo del grande parcheggio, rischiandone l’oblio.
Non possiamo assolutamente permetterlo!
Urge un risveglio collettivo, e non solo delle amministrazioni attuali e che si sono succedute.
Pertanto facendomi portavoce della ‘Messina città viva e consapevole’ chiediamo al Comune ed alla Soprintendenza di non spezzare questa inestimabile linea d’origine.
Come? Semplicemente rendendo accessibile il sito (perchè di questo si tratta) anche un giorno alla settimana, con l’apertura di quel cancello che ne sta impedendo la vista, con totem informativo e con un cartello di vincolo archeologico che li segnali e tuteli. E per finire, con tanto «’scarmazzu’ ovvero quella sana pubblicità volta alla divulgazione a tutta la città (e non solo) non come una sterile caccia al tesoro, ma finalizzata al recupero ed alla valorizzazione della memoria storica quale bene vivo per la comunità.
Le orme lasciate da esseri umani prima di noi, ci permettono di ricostruire cocci dopo cocci, da dove veniamo e di comprendere l’evoluzione che ha avuto la nostra città.
E mi rivolgo infine ai miei concittadini, che le mie parole possano innescare un atto di sensibilizzazione verso la città tutta, affinché non dimentichi mai le proprie origini.
«Destati Messina e riconosci l’etnogenesi del popolo che te ne diede origine con il suo afflato.
Ascolta nel tuo animo quel senso profondo di appartenenza e continuità.
Ravviva in te il sentimento di esser parte di quel “grande albero” che non si nutre solo del presente, ma della memoria del passato.
Non disconoscere mai le tue radici, l’ancora emotiva che ci radica alle ‘’pietre vive’ della nostra città.»
(Lucilla Anzalone)