Abbiamo incontrato l’attivista Enzo Infantino, presente in Sicilia nei giorni scorsi per un evento tenutosi a Milazzo, e abbiamo realizzato l’intervista che segue e che proponiamo agli attenti lettori del nostro giornale “Sicilia Tabloid”, ringraziando lo stesso Infantino per la disponibilità a raccontarsi.

D: Enzo Infantino, partiamo dall’inizio. Se guarda indietro alla sua infanzia, qual era il suo sogno nel cassetto?
R: Da bambino non immaginavo certo che un giorno mi sarei trovato in zone di guerra o in contesti di crisi umanitaria. Avevo sogni semplici, come tanti ragazzi: costruirmi una vita dignitosa, viaggiare, conoscere il mondo. Crescendo, però, ho capito che conoscere il mondo significava anche confrontarsi con le sue ingiustizie. È stato quel desiderio di comprendere e di non voltarmi dall’altra parte che, poco alla volta, ha cambiato il mio percorso.
D: Spesso nella vita di chi sceglie una strada così radicale c’è un momento di svolta, una scintilla. Qual è stato l’istante esatto in cui ha capito che la sua strada sarebbe stata quella dell’attivismo a tempo pieno?
R: Avevo 16 anni, frequentavo la scuola superiore. Era il mese di settembre del 1982. Mi colpì molto nel vedere le immagini in televisione di una strage di palestinesi nei campi profughi di Sabra&chatila a Beirut. Ecco, quella fu la scintilla che ha condizionato il mio impegno contro le ingiustizie. Ad un certo punto ho capito che non mi bastava più osservare o commentare da lontano. Sentivo il bisogno di essere presente, di dare un contributo concreto, anche piccolo. Ma prima del Medio Oriente ho fatto una esperienza in un campo profughi a Valona in Albania durante la guerra nei balcani.
D: Oggi la parola “attivista” viene usata in molti contesti, a volte persino svuotata del suo significato profondo. Per lei, che vive la realtà dei fatti sul campo, cosa significa essere un attivista oggi?
R: Essere attivista significa assumersi una responsabilità. Non vuol dire cercare visibilità o consenso, ma mettersi al servizio delle persone, ascoltare, documentare e, quando possibile, costruire ponti. Significa anche studiare, conoscere i contesti, evitare semplificazioni e mantenere uno sguardo umano, perché dietro ogni conflitto o emergenza ci sono persone, non numeri.
D: Le sue missioni la portano regolarmente in contesti geopolitici estremamente instabili e pericolosi. C’è mai stato un momento specifico, durante uno di questi viaggi, in cui ha provato la paura concreta di non riuscire a tornare a casa?
R: La paura esiste sempre, e negarlo sarebbe poco sincero. Ci sono stati momenti in cui la situazione ho percepito chiaramente il rischio. In quei frangenti impari a mantenere la lucidità, ad affidarti all’esperienza, ai contatti sul territorio e anche a una buona dose di prudenza. La paura non deve paralizzarti, ma ricordarti che la vita ha un valore immenso.
D: Per mantenere un impegno così costante serve anche un’immensa tenuta psicofisica. Con quale frequenza si reca in missione e come riesce a bilanciare i tempi del fronte con la vita quotidiana?
R: Le missioni dipendono molto dall’evoluzione delle crisi internazionali. Con la mia associazione mi reco in medio oriente dal 2003. Ogni anno in Libano, ma siamo stati nei campi profughi nella Striscia di Gaza, Cisgiordania e Siria. Ma ho conosciuto luoghi della sofferenza anche in Europa. Penso ai miei viaggi nei campi profughi in Grecia dove migliaia di persone perlopiù siriane sono rimaste bloccate in luoghi infernali a causa di una politica miope e disumana dei nostri paesi. Poi ci sono periodi in cui mi dedico a fare incontri in Italia, soprattutto nelle scuole, per sensibilizzare le persone a questi temi. Il vero equilibrio è difficile da trovare, perché ogni esperienza ti rimane dentro.
D: La sua prossima tappa, a settembre, sarà il Libano, un territorio che sta attraversando una fase storicamente drammatica. Quali sono le prospettive di questa missione e quali idee cercherà di sviluppare sul campo?
R: L’obiettivo principale sarà ascoltare le comunità locali, comprendere da vicino i bisogni reali e rafforzare le reti di collaborazione già esistenti. Ogni missione è diversa e richiede la capacità di adattarsi al contesto. La nostra presenza serve ad alimentare l’attenzione verso i profughi palestinesi -sono 400 mila in Libano – e portare concreta solidarietà anche al popolo libanese che sta vivendo un periodo storico difficile. Il Libano sta attraversando una situazione estremamente complessa. C’è un conflitto in corso tra l’esercito israeliano e le milizie di Hezbollah che fin qui ha provocato migliaia di morti tra i civili. A Settembre non potremo andare nel sud, come abbiamo sempre fatto, perchè una vasta area è stata occupata militarmente da israele.
D: Un’ultima domanda, che è anche un invito a chi ci legge. In un mondo dominato dall’individualismo e spesso dall’indifferenza, perché un giovane o un cittadino comune dovrebbe scegliere, oggi, di fare l’attivista?
R: Perché il cambiamento non nasce mai da una singola persona, ma da tante persone che decidono di non essere indifferenti. Fare l’attivista non significa necessariamente partire per una zona di guerra. Significa scegliere di interessarsi, informarsi, aiutare chi è in difficoltà, dedicare tempo alla propria comunità e difendere i diritti di chi non ha voce. Ognuno può fare la propria parte. L’indifferenza alimenta i problemi; la partecipazione, anche nelle forme più semplici, è il primo passo per costruire una società più giusta.
(Loredana Aimi)



