Si è spento a quasi 84 anni il fuoriclasse nerazzurro e azzurro. Dalla tragedia di Superga al tetto del mondo con Herrera, fino all’eterna staffetta con Rivera: la storia straordinaria di un uomo che ha trasformato un cognome monumentale in una leggenda immortale.

Un velo di profonda tristezza avvolge il calcio italiano e mondiale: poco dopo la mezzanotte si è spento Sandro Mazzola. A novembre avrebbe compiuto 84 anni. Con la sua scomparsa non se ne va soltanto una bandiera dell’Inter o un campione d’Europa con la Nazionale, ma il testimone vivente di un’epoca d’oro, un’icona senza tempo capace di unire e far sognare intere generazioni.
La storia di Sandro Mazzola comincia con il peso drammatico e dolcissimo di un ricordo. Figlio di Valentino, il leggendario capitano del Grande Torino tragicamente scomparso nella tragedia di Superga, il giovane Sandro cresce con addosso gli occhi di un Paese intero e la responsabilità di una legacy senza eguali.
Ma il talento non cerca scorciatoie. A scovare le qualità pure di quel ragazzo di Cassano d’Adda è Benito Lorenzi, per tutti “Veleno”, che lo porta nel vivaio nerazzurro. Lì, sotto lo sguardo attento e paterno di Giuseppe Meazza, Sandro inizia a plasmare la sua identità calcistica. Sarà poi Helenio Herrera, il “Mago”, a lanciarlo definitivamente nell’Olimpo dei grandi.
Il suo battesimo in Serie A è segnato da un episodio surreale e storico: il 10 giugno 1961, per protesta contro le decisioni della Federazione, la presidenza Moratti manda in campo la formazione Ragazzi contro la Juventus. Finisce 9-1 per i bianconeri, ma l’unico sigillo interista porta la firma del diciottenne Mazzola, con un rigore calciato con la freddezza dei veterani.
È la scintilla di una carriera leggendaria. Trasformato da Herrera da centravanti atipico a centrocampista offensivo d’eccelsa classe, visione di gioco e fiuto del gol, Mazzola diventa il cuore pulsante della Grande Inter. Fino al 1977 vestirà solo la maglia nerazzurra, collezionando 572 presenze e 162 reti. Il suo palmarès con l’Inter è il racconto di un’era irripetibile: 4 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali.
La sua avventura da calciatore si chiuderà con una finale di Coppa Italia persa contro il Milan, salutando il campo con la classe e la cultura di sempre, affidandosi alla celebre citazione dantesca: “Vuolsi così colà dove si puote”.
In Nazionale debutta giovanissimo, il 12 maggio 1963, in un 3-0 da copertina inflitto al Brasile di Pelé a San Siro (firmando anche un gol su rigore). Dopo la ferita del Mondiale 1966, diventa la colonna portante della rinascita azzurra guidata dal CT Ferruccio Valcareggi.
È l’epoca della storica “staffetta” con Gianni Rivera: due fuoriclasse, due simboli di Milano (uno nerazzurro, l’altro rossonero), due modi sublimi di intendere il calcio. Insieme trionfano all’Europeo del 1968 e trascinano l’Italia alla finale dei Mondiali di Messico ’70, dopo aver domato la Germania Ovest nella celeberrima “Partita del Secolo” finita 4-3. Lascerà gli Azzurri dopo il Mondiale del 1974, con un bilancio di 70 presenze e 22 reti.
Appesi gli scarpini al chiodo, Mazzola non abbandona mai la sua casa. Diventa dirigente di spicco e, da direttore sportivo sotto la presidenza di Massimo Moratti (dopo le parentesi con Genoa e Torino), firma uno dei capolavori societari più grandi di sempre: l’ingaggio di Ronaldo “Il Fenomeno” nell’estate del 1997.
Con la scomparsa di Sandro Mazzola il calcio perde la sua eleganza, il suo garbo e uno dei suoi ritratti più nobili. Ci lascia un campione che ha saputo onorare il passato superandolo, regalandoci pagine d’amore per lo sport che non verranno mai cancellate.



