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RIVOLTE GIOVANILI VIOLENTE: IL PROF. ANTONIO CATALFAMO PRENDE LE DISTANZE DAL “GIUSTIFICAZIONISMO” DELLA SINISTRA ISTITUZIONALE

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A proposito delle rivolte giovanili che si stanno verificando in Italia, sfociando spesso nella violenza, il prof. Antonio Catalfamo ha voluto inviarci una nota con la quale intende prendere nettamente le distanze da quello che chiama “giustificazionismo” della sinistra, esprimendo, per converso, una netta condanna senza “se” e senza “ma”, attingendo anche all’esperienza personale. Pubblichiamo qui di seguito le sue riflessioni.

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Sto assistendo con viva preoccupazione e con riflessione critica alle rivolte violente dei giovani esplose anche in Italia come effetto emulativo rispetto alla Francia, in quanto professore di Scienze giuridiche ed economiche nelle scuole superiori, già con incarichi universitari in qualità di abilitato all’insegnamento come Professore Associato in ambito accademico tramite ASN (Abilitazione Scientifica Nazionale). Il primo pensiero che ho avuto e che mi pare sfugga al più nell’ampio dibattito in corso è stato: poveri insegnanti che si ritrovano in classe questi soggetti.

Siamo in presenza della manifestazione eclatante, che ora tutti possono vedere, al di là degli schieramenti degli “addetti ai lavori”, della condizione pietosa in cui è stata ridotta la scuola da decenni di permissivismo e di politiche improntate ad un’accoglienza senza regole, che hanno caratterizzato la politica della sinistra istituzionale nel nostro Paese da parecchi lustri ormai, sia quando è stata al governo, con ministri come Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro, sia quando ha svolto un ruolo nefasto e diseducativo dall’opposizione. Abbiamo assistito al protrarsi della lunga temperie settantottesca, i cui effetti nefasti non sono stati ancora calcolati in tutta la loro portata. Anche allora i giovani furono animati da una rabbia genericamente distruttiva, che si basava sulla rivendicazione di avanzare nella vita e nella carriera scolastica e universitaria senza studiare e senza impegnarsi in un processo formativo serio e produttivo. Anche allora i professori più responsabili che si opposero a queste rivendicazioni, pretendendo di esercitare il loro ruolo educativo e selettivo senza compromessi, furono messi alla berlina e picchiati. Faccio un esempio per tutti: Franco Ferrarotti, padre fondatore della Sociologia italiana del secondo dopoguerra e figura di maestro animato da profondo spirito democratico e pedagogico. Tutto ciò sfociò nel terrorismo, alimentato da quelli che giustamente furono definiti «cattivi maestri», perché istigarono i giovani a una violenza indiscriminata per tornaconto personale, e da certa sinistra per scopi prettamente elettoralistici.

Questa situazione si ripropone oggi aggravata e resa ancor più pericolosa da strumenti difficili da controllare, come Internet, al quale, difatti, i manifestanti violenti stanno facendo ampiamente ricorso per organizzarsi nelle loro azioni di devastazione e di guerriglia urbana. Lo stesso Ferrarotti ha definito questi giovani drogati dall’informatizzazione selvaggia «un popolo di frenetici informatissimi idioti», che sanno tutto e non capiscono niente. Giustamente il ministro dell’Istruzione Valditara ha emanato disposizioni per limitare fortemente l’uso dello smartphone e di strumenti simili a scuola, ma queste prescrizioni vengono spesso disattese dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti in generale, che si richiamano al permissivismo di sinistra di cui ho già detto.

I giovani, immigrati di seconda generazione e italiani mentalmente e socialmente emarginati, sovente autoemarginati per pigrizia mentale, si portano a scuola la carica distruttiva che hanno mostrato nelle piazze. I professori diventano i bersagli privilegiati e facili da colpire, perché vittime di una annosa campagna di delegittimazione. La loro autorità è stata cancellata dal pedagogismo di sinistra. Sempre Ferrarotti ha ricordato che autorità viene dal latino «augere», che vuol dire «far crescere». Se agli insegnanti non viene riconosciuta questa autorità e i genitori, a loro volta, rinunciano ad esercitarla, definendosi «amici» dei figli, complici ed iperprotettivi, mettendo continuamente sotto accusa i professori, grazie ai poteri eccessivi loro riconosciuti a partire dai famosi «decreti delegati» degli anni Settanta del secolo scorso, i giovani non cresceranno mai, men che mai in maniera sana.

L’insegnante oggi non può permettersi di rimproverare alunni e studenti, perché, secondo un pedagogismo di comodo, li «traumatizza», non può mettere note disciplinari, altrimenti i dirigenti lo richiamano, dicendo che la colpa è sua, in quanto «non sa tenere la classe» e interessarla, anzi allettarla con lo zuccherino, non può pretendere lo studio intenso, perchè li affatica, non può mettere voti negativi, perché essi dimostrano che non ha saputo svolgere adeguatamente il proprio compito. È chiaro che questo processo di delegittimazione continua fa sì che l’insegnante diventi uno zimbello, venga apertamente e sistematicamente deriso dagli studenti e, in conclusione, picchiato o accoltellato. Gli accoltellamenti non sono «disgrazie», effetti di un raptus improvviso, ma il punto terminale di tutto un processo di aggressione quotidiana svolta scientemente. I casi di cui si sono occupati le cronache sono solo la punta di un iceberg. Tutti quelli che sono quotidianamente in trincea sanno che questo è un fenomeno molto più esteso e impunito. Se un insegnante subisce minacce in classe o aggressioni, dentro e fuori la scuola, spesso viene invitato dal dirigente a passare tutto sotto silenzio per salvaguardare il «buon nome» dell’istituto e, perchè, in fondo, la colpa è anche sua, perchè non ha saputo esercitare il ruolo che gli compete. Se l’aggressione avviene in prossimità della scuola, per fatti maturati all’interno della stessa, gli si dice che l’istituzione scolastica non c’entra niente, che è lui che, eventualmente, deve presentare denuncia. Insomma la scuola se la lava del tutto le mani. Così buona parte delle aggressioni rimangono impunite e ignote, in quanto l’insegnante avverte di operare in solitudine ed è costretto a subire e a tacere.

Inoltre, l’insegnante non può bocciare nessuno, perché esiste tutta una rete di «griglie» ostative, di certificazioni di disortografia, dislessia, discalculia di strumenti dispensativi come il PEI (Piano Educativo Individualizzato), il PDP (Piano Didattico Personalizzato), ecc., rilasciati spesso con una certa facilità, che gli impediscono di esercitare il suo potere sanzionatorio. Infine, la cosiddetta «collegialità» cancella la libertà di insegnamento del singolo insegnante, che dovrebbe essere garantita dall’art. 33 della Costituzione.

Gli insegnanti si trovano poi catapultati nelle «classi pollaio», con un sovrannumero di studenti, con un’alta percentuale di stranieri, che non rileva solo dal punto di vista delle scarse conoscenze linguistiche e di base, che rallentano il procedere dell’insegnamento, a detrimento di tutti gli altri alunni e studenti, ma anche dal punto di vista disciplinare.

Per tutta una vita ho militato nell’ambito della sinistra. Ma oggi mi dissocio pubblicamente dal giustificazionismo, dal sociologismo di maniera, dalle complicità aperte ch’essa sta riproponendo in occasione delle manifestazioni violente di questi giorni, che non possono avere alcuna giustificazione e vanno condannate duramente senza «se» e senza «ma», approntando, nel contempo, tutta una serie di misure normative, anche estreme, vista la gravità della situazione, che garantiscano a tutti i cittadini la sicurezza e l’incolumità.

È necessario, inoltre, in ambito scolastico, ripristinare l’autorità dell’insegnante, riattribuirgli i poteri che gli occorrono per esercitare appieno il suo magistero, garantirgli con nuovi strumenti normativi l’incolumità e sicurezza, nonché la dignità personale e professionale, attuando, nel contempo, gli strumenti già esistenti e rendendoli operativi.

Diciamolo chiaramente, infine: non sarebbe un male tornare ai bei tempi, in cui l’insegnante era rispettato e valorizzato, come meritava e merita, in quanto esercita un ruolo sociale ed educativo fondamentale. Il passato è come lo specchietto retrovisore della macchina: bisogna guardare indietro per andare avanti, altrimenti si va a sbattere.

(prof. Antonio Catalfamo)

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