Il mecenate siciliano scuote la Commissione d’inchiesta: “Basta con i progetti a termine che durano quanto i finanziamenti. Nelle periferie bisogna restare vent’anni, seminando arte per restituire dignità ai giovani”

L’arte non è un lusso per pochi, né un semplice elemento decorativo per abbellire il cemento. È, al contrario, un presidio di resistenza civile, l’unico vero antidoto al degrado e alla rassegnazione che soffocano le periferie italiane. È questo il messaggio potente e fuori dagli schemi che Antonio Presti, storico mecenate messinese e fondatore della Fondazione Fiumara d’Arte, ha portato ieri nel cuore delle istituzioni romane, durante l’audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza e il degrado delle città. Un intervento appassionato che ha ripercorso quarant’anni di “politica della bellezza” in Sicilia, offrendo ai parlamentari una visione alternativa e concreta per il riscatto dei territori più difficili.
Il viaggio di Presti inizia negli anni Ottanta con la nascita di Fiumara d’Arte, il parco di sculture monumentali all’aperto nella Valle dei Nebrodi. Un progetto che ha coinvolto dieci piccoli comuni del messinese altrimenti destinati allo spopolamento e all’oblio: «Ho donato tutta la mia vita alla Sicilia. Questi comuni erano destinati a morire. Grazie all’arte e a questo presidio di scultura monumentale hanno ritrovato non soltanto un’identità, ma sono diventati famosi nel mondo.» Oggi quel parco non è solo un punto di riferimento culturale internazionale, ma si è tradotto in un motore di ricaduta economica reale per un intero territorio.
Forte dell’esperienza nel messinese, Presti ha poi scelto di misurarsi con una delle realtà più complesse del Mezzogiorno: il quartiere Librino a Catania. Spesso liquidato dalla cronaca solo come piazza di spaccio e feudo della criminalità, Librino è stato guardato dal mecenate con occhi diversi.
I numeri del quartiere: 70 mila abitanti, 10 mila bambini, nove scuole, nove parrocchie e una fitta rete di associazioni. Il progetto MAGMA consiste in un museo a cielo aperto, senza scadenze temporali e senza l’ausilio di fondi pubblici, che trasforma facciate di palazzi, rotatorie e sottopassi in tele monumentali. Qui le famiglie e i bambini non sono spettatori passivi, ma co-creatori delle opere. L’arte pubblica diventa così lo strumento per ribaltare l’immagine negativa del quartiere e accendere l’orgoglio del senso di appartenenza.
Davanti alla Commissione, Presti non ha risparmiato critiche all’approccio burocratico e assistenziale dello Stato, spesso legato a bandi e finanziamenti a pioggia con il fiato corto: «Questo lavoro non è figlio di un finanziamento a termine: finiti i soldi, finisce il progetto e finisce tutto. In una periferia, se ci vai per una settimana, neanche ti ascoltano. Devi restarci vent’anni e dimostrare coerenza. I progetti a termine finiscono con i finanziamenti, la vera opera d’arte è il processo di semina nella comunità.»
La Fondazione, che oggi gestisce questo immenso patrimonio in sinergia con i comuni e la Regione Siciliana, guarda ora al futuro. L’auspicio lanciato da Presti in Parlamento è che anche il Ministero della Cultura decida finalmente di fare la sua parte, riconoscendo e sostenendo un modello di rigenerazione urbana unico in Italia. La bellezza, ha ricordato in chiusura il mecenate, non si misura in metri quadri di vernice o in valore materiale: «È un processo educativo, un esercizio di responsabilità e una possibilità concreta di restituire ai giovani la visione del futuro». Una lezione di cui la politica, ora, dovrà fare tesoro.



